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    October 09

    La preghiera del clown

    Cari amici vicini e lontani, questa volta vi propongo un brano poco conosciuto, di cui io stesso sono venuto a sapere dell'esistenza per caso. Si tratta della "preghiera del clown", un brano tratto dal film "il più comico spettacolo del mondo". E' a tutti gli effetti una preghiera che Totò, protagonista del film, rivolge al Protettore affinchè possano avverarsi tutta una serie di cose che lui auspica in questa breve orazione. Di per sé non è nulla di particolare se non un brano comunque bello e commovente, ma chi come me è nel mondo dell'arte, sa che questa breve orazione potrebbe essere fatta da una qualunque artista in un qualunque spettacolo a qualunque Entità egli creda. Inoltre, aldilà del mero fatto che molto spesso i pagliacci portano in scena la risata con la morte nel cuore, cosa a cui bene o male tutti abbiamo rivolto almeno una volta il pensiero nella vita, può far virare la nostra attenzione verso chi a volte, vicino a noi, sappiamo essere soltanto un pagliaccio che "tramuta in lazzi lo spasmo ed il pianto/in una smorfia il singhiozzo e 'l dolor". Dedico quest'intervento ai miei compagni di avventura, di vita e di palcoscenico.
     
    P.s. più in basso troverete il video della preghiera
     
     
     
     

    Preghiera del Clown

    Noi ti ringraziamo nostro buon Protettore per averci dato anche oggi la forza di fare il più bello spettacolo del mondo. Tu che proteggi uomini, animali e baracconi, tu che rendi i leoni docili come gli uomini e gli uomini coraggiosi come i leoni, tu che ogni sera presti agli acrobati le ali degli angeli, fa' che sulla nostra mensa non venga mai a mancare pane ed applausi. Noi ti chiediamo protezione, ma se non ne fossimo degni, se qualche disgrazia dovesse accaderci, fa che avvenga dopo lo spettacolo e, in ogni caso, ricordati di salvare prima le bestie e i bambini. Tu che permetti ai nani e ai giganti di essere ugualmente felici, tu che sei la vera, l'unica rete dei nostri pericolosi esercizi, fa' che in nessun momento della nostra vita venga a mancarci una tenda, una pista e un riflettore. Guardaci dalle unghie delle nostre donne, ché da quelle delle tigri ci guardiamo noi, dacci ancora la forza di far ridere gli uomini, di sopportare serenamente le loro assordanti risate e lascia pure che essi ci credano felici. Più ho voglia di piangere e più gli uomini si divertono, ma non importa, io li perdono, un po’ perché essi non sanno, un po’ per amor Tuo, e un po’ perché hanno pagato il biglietto. Se le mie buffonate servono ad alleviare le loro pene, rendi pure questa mia faccia ancora più ridicola, ma aiutami a portarla in giro con disinvoltura. C'è tanta gente che si diverte a far piangere l'umanità, noi dobbiamo soffrire per divertirla; manda, se puoi, qualcuno su questo mondo capace di far ridere me come io faccio ridere gli altri.

     Il Creatore

    June 12

    La favola dei piccioni

    Vorrei fare una piccola introduzione a questo mio ultimo scritto che ora vi presento, ma mi rendo conto che non lo ritengo necessario. Pertanto ognuna delle persone che lo leggerà potrà trarne le conclusioni che riterrà più appropriate.

     La Favola dei piccioni

    Un giorno, in una zona secca ed arida, passò, svolazzando, un gruppo di piccioni. Era diverso tempo che, in quel luogo,  non pioveva nemmeno una goccia d’acqua, e i piccioni cominciavano a soffrire per la mancanza del liquido e il caldo torrido. Con le ultime forze rimaste, arrivarono nei pressi  di una cittadina, dove, per pura fortuna, trovarono una pozzanghera d’acqua torbida che si era salvata dal gran caldo grazie al fatto che si trovava all’ombra di un grande albero. Tutti i piccioni, scorta quella paradisiaca visione, volarono a gran velocità per raggiungerla e trovare finalmente un po’ di refrigerio. Così fu: appena arrivati, cominciarono ognuno chi a bere, chi a sciacquarsi per togliersi la polvere di dosso e rinfrescarsi, cosicché tutti ne godettero. Tutti tranne due. Per volere del piccione più forte, infatti, soltanto due di loro non potevano nemmeno avvicinarsi al resto del gruppo e dovevano rimanere al di fuori del cerchio d’ombra dell’albero, pena l’essere beccati e graffiati violentemente dal capo-piccione. I due esclusi fecero parecchi tentativi per cercare anche loro di beneficiare almeno della frescura dell’ombra, ma il capo-piccione era, inspiegabilmente, irremovibile e continuava a cacciarli con violenza. Dopo poco, un bambino che passava da quelle parti, vide fallire l’ennesimo tentativo dei due esclusi e, in un impeto di giustizia e generosità, decise di aiutarli: si chinò per raccogliere un sasso da terra e, con l’aiuto di una fionda, colpì il capo-piccione uccidendolo. Per qualche istante, tutti i piccioni, compresi i due esclusi, rimasero attoniti senza sapere cosa fare. Dopo poco, però, cominciarono tutti a darsi alla pazza gioia, buttandosi a capofitto nell’acqua e, così facendo, sprecandola. Quando ne rimase a malapena per dissetarne qualcuno, tutti si fermarono rendendosi conto di ciò che avevano fatto. A quel punto si scatenò una lotta senza quartiere e tutti i piccioni si combattevano l’un l’altro per accaparrarsi la poca acqua rimasta. Si beccarono, si graffiarono e si ferirono con una tale ferocia che di lì a poco morirono tutti, chi direttamente e chi a causa delle ferite.

     

    Morale: non sempre ciò che ai nostri occhi appare malvagio, rappresenta necessariamente il male peggiore.

     
     
    Il Creatore
    June 01

    Sfregiato Totò

    Io non so che dire, vorrei sputare fuori tutto il veleno che ho dentro in questo momento ma non basterebbe a farmi sfogare. Vorrei avere quel o quei maledetti tra le mani solo per qualche minuto e nemmeno penso che basterebbe. Ma se esiste ancora qualche figlio di Napoli degno di cotanto nome, chi ha compiuto questo sacrilegio, perchè non è niente di meno, verrà punito nel modo più appropriato. Nella notte tra il 30 e il 31 Maggio, presso il cimitero monumentale del pianto, dove riposano eternamente grandi figli di Napoli, tra cui Caruso, Nino Taranto, Giovanni Leone etc., al più grandi di tutti è stato compiuto uno sfregio che non meritava. Dalla facciata della tomba di famiglia di Antonio de Curtis, il grande Totò, e stato rubato lo stemma che lui stesso aveva creato per ornare quella che un giorno sarebbe stata la sua ultima dimora. Questa è l'ennesima riprova del fatto che ormai le qualità morali che hanno da sempre caratterizzato il nostro popolo sono irrimediabilmente corrotte. E con la morte nel cuore che mi rendo conto che ormai anche la part più interna e profonda del cuore di Napoli ha definivamente ceduto alla follia generale che imperversa per la città e forse per il mondo. A chiunque mi dicesse che questa città è ormai solo immondizia io ho sempre risposto con orgoglio che non è così, che Napoli ha ancora uno zoccolo duro rispettoso di certi valori e di certe tradizioni, ma ormai mi rendo conto che non è così. Molti la potranno intendere come un semplice atto vandalico, ma cosa ne pensereste se vi dicessero che un vostro amico, per togliersi uno sfizio o magari anche per raccattare qualche centesimo si è venduto gli ornamenti funebri della tomba del nonno? Potete anche dirmi che magari sono esagerato o che sono troppo sentimentale, ma credo, anzi sono sicuro, chi attacca così impunemente ciò che di più bello ci ha rappresentato e ci rappresenta nel mondo, che per la sua Napoli ha fatto tantissimo, è come se attaccasse se stesso deciso ad autodistruggersi. Anche se non ce lo meritiamo spero comunque che da qualunque parte si trovi in questo momento il Principe possa considerare la cosa non come un affronto ma come una "quisquilia o una pinzellacchera" e che possa aiutarci, come disse un suo grande amico "a passà 'a nuttata".
    April 10

    Le Nuvole

    Cari amici vicini e lontani, lettori di ogni dove e quando, appassionati di teatro e fedeli spettatori del laboratorio teatrale salesiano, sta per arrivare il nuovo spettacolo di un gruppo che, per caso prima e amicizia e passione poi, da quattro anni a questa parte sta portando alla ribalta di un teatro coi fiocchi come quello dell'opera salesiana di Caserta, spettacoli che ogni anno vengono giudicati con sempre maggior riguardo dal pubblico. Dopo il successo dell'Iliade dell'anno scorso, quest'anno portiamo in scena un successo di più di duemila anni fa, ma che reca ancora con sé, attraverso le immortali parole di un commediografo come Aristofane, chiari messaggi di sfottò politici e parodie di categorie sociali che, per antonomasia, non sono proprio a posto con la coscienza. Il titolo di quest'anno è Νεφέλαι, cioè le Nuvole. Un testo tagliente che ironizza sull'abitudine, qui ovviamente caricata, dei filosofi dell'epoca, e volendo dei politici di ora, di rigirarti con le parole ogni tipo di discorso arrivando a far diventare logico un ragionamento che potrebbe essere udito solo in un manicomio; posto dove alla fine si ritroverà ad arrivare il povero Strepsiade, protagonista della commedia, seguendo gli sconclusionati consigli di Socrate prima e del figlio Fidippide poi. Lo spettacolo è, come al solito, risultato di un intero anno di lavoro, dedicato per lo più all'adattamento moderno di un testo che fa comunque riferimento a persone e situazioni di più di duemila anni fa; ma anche alla ricerca di un tipo di interpretazione che rispecchiasse in modo quasi filologico quella del 423 a.C., pur senza disdegnare lazzi e trovate più propriamente moderne. Insomma, un lavoro che si spera possa divertire, e perchè no istruire, il pubblico di oggi proprio come quello di 2400 e rotti anni fa. L'appuntamento è quindi per giovedi 30 aprile 2009 ore 20.30 presso il cineteatro don Bosco di Caserta.
     
    Il Creatore

    November 24

    bocca di rosa

    E' parecchio tempo che non pubblico il testo di una canzone. E' arrivato il momento di riprendere e lo faccio con il testo di una variazione napoletana della stupenda "bocca di rosa" di de andrè. La canzone è stata cantata da Peppe Barra su testo di Vincenzo Salemme in un omaggio al grande cantautore genovese. Più in basso, nella sezione video, troverete un collegamento a you tube attraverso il quale ascoltare, dalla voce di Peppe Barra stesso, questo testo che, a mio avviso, in lingua partenopea ha acquisito una nuova luce più fulgida di quanto già non fosse in passato.
     

    Tutti me chiammano bocca di rosa
    sentite che musso, che schiocche addirose
    tutti me chiammano bocca di rosa
    pe' mme l'ammore è 'a primma cosa.
    Quanno scennette dint' 'a piazza
    di un paesino vicino Avellino
    subito 'a voce currette sicura:
    " 'nunn'è 'na monaca 'e clausura!"

    Ce sta chi ammore 'o ffa 'pe' 'nziria
    e chi 'o 'ffà pe' prufessione
    bocca di rosa né l'uno né l'altro
    "'o ffaccio sulo pe' divozione".

    Però 'a divozione diventa passione
    e mentre spalpito per le mie voglie
    'o sangue dal cuore mi sale in testa
    mi scordo di chiedere all'uomo se ha moglie.
    E allora 'e femmene d' 'o paese
    comme si fossero cane mulosso
    s'arrevutaiene tutte m'paranza
    pecché me stevo futtenno l'uosso.

    Ma li bizzoche di un paesello
    songo 'mpechere che non fanno danno
    allucche 'e papera, strille 'e gallina
    'o core che tremma, 'o ciato c'affanna.

    'O munno è chino di gente per bene
    che Cristo all'altare servire si vanta
    e quanno le voglie non può più sfamare
    pe dint' 'o velliculo piscia acqua santa.
    Così una vecchia rimasta zitella
    pecchè nisciuno l'ha aizata 'a gunnella
    se pigliaie 'o mpiccio, e tanto fuie 'nzista
    me scassaie ll'ova cu tutto 'o canistro.

    Chiammaje a raccolta 'e scurnacchiate
    e le dicette cu voce 'ncazzata
    "Bocca di rosa è mariola d'ammore,
    punisca la legge stu disonore!"

    Curretero allora addò maresciallo
    quarantasei zizze pe' ventitre scialli
    chella cchiù scura de carnagione
    facette 'a parte d' 'o lione:
    "Mò so' tre mise che dura st'andazzo
    all'uommene nuoste ha fatto ascì pazzo
    chella nun è femmena onesta
    chissà ch'annasconne sotto 'a veste".

    Vennero a casa col foglio di via
    Pasquale e Luigino Santamaria
    sete d'ammore dint' 'e penziere
    sotto 'e divise d' 'e carabiniere.

    Nientedimeno che alla stazione
    ce steva 'na folla da fare impressione
    me ne partevo purtanneme appresso
    quel libero amore a tutti concesso.
    Dal maresciallo al parrocchiano
    lacreme all'uocchie, cappello nmano.
    Firmato da tutti vulaje 'nu messaggio
    col fiocco attaccato a una rosa di maggio.

    In stretto anonimato
    cu' lettere 'ncullate
    "Bocca di rosa, tiempo e furtuna
    veneno e vanno come fa 'a luna!"

    Primma del tuono arriva la luce,
    accussì corrono tutte 'e 'nciuci
    "Mò arriva 'o treno cu bocca di rosa
    currite currite, lassate ogni cosa!"
    Alla stazione subito appresso
    truvaje a ricevermi un comitato
    musica, fiori, sindaco in testa
    manco si fossi 'nu capo 'e Stato.

    Mo' pure 'o prevete s'é fissato
    che stongo cca' per una missione
    me vo' vicino int' 'a prucessione
    pecché adda vencere 'a tentazione.

    Cu' Maria Vergine in prima fila
    me tiene d'uocchio 'nu poco 'a luntano
    purtannese a spasso pe' tutto 'o paese
    l'ammore sacro e l'ammore profano

    Il Creatore

    September 04

    Feria Augusti

    Prima pagina: “Ancora sei morti in Iraq” “Un autobomba esplode uccidendo quattro militari e due civili” pagine 2,3,4

                           “Ciclone nelle Azzorre” “Decine i morti e centinaia i feriti” pagina 5

                          “Morto***” “Il famoso premio Nobel per la pace aveva 84 anni” pagina 6

                         “Rapina a mano armata nel centro di Milano” “Ferito a morte il venditore, il delinquente

                           riesce a sfuggire alle forze dell’ordine” pagina 7

                         “Uccide la moglie e poi rivolge la pistola verso di sé”

                           “L’efferato delitto si è svolto a*** vicino Firenze” pagina 8

                       “Trovato bambino…

    l’anziano signore chiuse di colpo il giornale a metà e lo buttò di fianco a sé, sulla panchina, con un moto di stizza. Chiuse gli occhi per un momento, come a voler assaporare un attimo di alienazione da quanto si svolgeva intorno a lui. Per qualche secondo gli parve di riuscirvi, tanto da cominciare a sentire un senso di profondo rilassamento. Poi una macchina strombazzò passandogli di fianco e tutto si dissolse come una voluta di fumo che fuoriesce da una sigaretta accesa e lasciata lì ad esaurirsi . Riaprì di colpo gli occhi e si voltò, fissando l’oggetto che lo aveva disturbato da quel suo momento di ascesi mistica e fece appena in tempo a vedere la macchina, che sbandò appena, mentre voltava l’angolo di gran carriera. Guardò di nuovo davanti a sé.

    Era di fronte al mare; un mare azzurro e con l’orizzonte come unico confine, o almeno come unico confine illusorio, questo lui lo sapeva bene. Sapeva perfettamente che era solo una questione di altezza: più sei in alto e più riesci a vedere in avanti; quindi non puoi vedere molto avanti se non hai dietro qualcosa di molto alto, e di conseguenza di molto solido.

    Si alzò, fece qualche passo e andò ad appoggiarsi sul parapetto che affacciava proprio su quella sproporzionata distesa di umanità che era la spiaggia, brulicante delle sue politrope forme di vita.

    Guardò poi per un istante i gabbiani volteggiare liberi nell’aria, per poi tuffarsi a capofitto nell’acqua allorquando avvistavano una preda. Si accorse che li stava fissando con rabbia, quasi con invidia, gli sembrava un paradosso il fatto che, degli esseri tanto più semplici rispetto a lui, potessero avere quanto a lui era più gradito e proibito nel contempo, senza doverlo cercare o desiderare, per il semplice fatto che vi erano immersi senza nemmeno esserne consci. Rimase a fantasticare ancora un po’ su questo pensiero poi decise di andar via.

    Si giro su sé stesso, raccolse il giornale e il bastone dalla panchina dove era seduto fino a poco prima e si mise in cammino.

    Era una figura alquanto particolare, che non sarebbe sfuggita anche ad uno sguardo disattento in una affollata città invernale, figurarsi in una cittadina estiva dove ogni minimo sguardo era rivolto, con una meticolosa attenzione, a scovare ogni minima imperfezione: era vestito con un candido completo di lino bianco sotto cui portava una camicia di cotone ed una cravatta di seta anch’esse bianche. I mocassini erano di pelle beige chiara e il panama candido aveva una fascia del medesimo colore. Il bastone, intonato anch’esso al resto, aveva un manico d’argento intarsiato a forma di tau. A completare l’abbigliamento un mantello, color avorio, chiuso al collo da una catenina con due borchie d’oro.

    Camminava con passo lento, ma deciso e regolare, quasi solenne, al bastone si appoggiava più per vezzo che per un effettivo bisogno e nonostante il caldo la sua fronte era tersa come se stesse camminando in un ombroso boschetto anziché su un assolato lungomare.

    Camminava, ma in realtà sembrava non ci fosse, perché nonostante l’originalità del personaggio, erano in pochi a notarlo e a voltarsi per guardarlo anche dopo il suo passaggio.

    Continuò dritto con la sua marcia guardando sempre davanti a sé nonostante i continui schiamazzi provenienti dal lato mancino che avrebbero attirato l’attenzione di chiunque; sembrava anzi che quei rumori lo annoiassero semplicemente, piuttosto che infastidirlo.

    Dopo un po’ attraversò la strada ed imboccò un vialetto che portava all’entrata dell’albergo dove alloggiava.

    Varcata la soglia notò che Pietro, il portiere diurno e notturno, non c’era e pensò che aveva voluto approfittare di un momento di calma pomeridiana per un breve riposo. Prese da sé le chiavi e si avviò verso l’ascensore che però era occupato.

    Mentre attendeva che la spia del pulsante di chiamata si spegnesse, la sua attenzione fu attratta da alcuni bambini che giocavano sulle poltrone ch’erano di fianco all’ascensore: “No, non è giusto! Il più grande sono io e quindi sono io che devo fare il generale dell’armata!” diceva uno “Non è vero” rispondeva un altro “tu sei più grande di mio fratello ma sei più piccolo di me” “A voler essere sinceri sono io la più grande” diceva una bambina “Si ma che c’entra, tu sei una femmina, al massimo puoi fare l’infermiera di guerra” continuava il primo “e poi tu che ne sai se sono più grande di te o no! Ci siamo conosciuti solo adesso non puoi sapere la mia età, e come se questo signore pretendesse di sapere come mi chiamo!” chiuse definitivamente

    L’anziano, che aveva udito, si girò e disse:“Ma io so come ti chiami piccolo” e dopo che i bambini si furono voltati con evidente stupore negli occhi, continuò con serafica tranquillità: “ Tu ti chiami Francesco, voi due siete Mattia e Giuseppe, e questa bella crocerossina è Chiara” e, dopo aver premuto il tasto, continuò, parlando a quattro paia di occhi sempre più stupiti: “e le vostre età sono rispettivamente 9, 8, 10 e 11 anni giusto?” “Si è giusto” dissero tutti e quattro quasi all’unisono. “Scusi signore, ma come fa a conoscerci tutti?” chiese Chiara mentre l’anziano entrava nell’ascensore che nel frattempo era arrivato. “Oh beh” rispose quello mentre premeva il tasto del suo piano e le porte scorrevoli si chiudevano “diciamo che sono una persona ben informata!”

    Le porte si riaprirono al terzo piano, uscì dall’ascensore e voltò a destra per raggiungere la sua stanza che era l’ultima del corridoio. Si fermò dinanzi alla porta, che si aprì rivelando un maggiordomo che indossava una livrea in tinta con l’abito del padrone: “Buonasera Signore” esclamo appena la porta fu aperta del tutto “come è andata la Sua passeggiata? È riuscito a ottenere lo svago che desiderava?”chiese sinceramente interessato il “servus maior” “Non molto Gabriele, ma ti ringrazio per l’interessamento” rispose l’anziano lasciando cappello, bastone, giornale e mantello alle mani tese del primo “purtroppo non credo che potrò permettermi le ferie ancora per molto” continuò “ogni anno è sempre peggio quando mi assento” “Mi dispiace” disse l’altro “Oh non ti preoccupare non potrà andare avanti così ancora per molto! Piuttosto il bagno è pronto? Ho assoluto bisogno di rilassarmi un po’” “ Michele è andato or ora a prepararlo Signore, pochi istanti e sarà pronto. Se non ha bisogno d’altro andrei a riporre le sue cose.” E così dicendo si congedò.

    L’anziano scorse la finestra del balcone aperta e vi si affacciò. Il sole stava tramontando, le persone lasciavano la spiaggia e i gabbiani ne approfittavano per scendervi in cerca di cibo. Lui, li guardò e sentì ancora una volta quel moto d’invidia attanagliarlo.

     

     

     

    Il Creatore

    January 29

    Paradosso perduto 2

    (continua dall'intervento precedente)

    La luce scomparve, o meglio, lui si trovò in un posto buio.

    Non sentiva più la voce del professore ma le sue orec­chie percepirono un ronzio familiare, come se un mosco­ne stesse svolazzando lì nell'oscurità.

    Provò a congiungere le mani. C'erano tutte e due. Con la destra poteva prendere e stringere la sinistra. Bene! Era di nuovo tutto intero. Ma perché non vedeva niente?

    - C'è... c'è qualcuno, qui? - disse Shorty. La voce gli tre­mava un po'. Cominciava a sperare di essere veramente ad­dormentato e di doversi svegliare da un momento all'altro.

    - Che domanda! - disse una vocetta querula, in tono seccato.

    - E... chi c'è?

    - Come sarebbe a dire chi? Io, no? Non mi vedi? Ah, già, non puoi vedermi, dimenticavo. Ehi, sta' un po' a sen­tire che cosa dice quel tipo.. E poi saremmo noi i matti! - Nel buio risuonò una risatina.

    - Quale tipo? - chiese Shorty. - Chi dice che siamo mat­ti? Sentite, io non capisco...

    - Quale tipo? Quello lì, no? - lo interruppe la voce - Non senti. Ah, già, dimenticavo che non puoi sentire. A proposito, che cosa ci fai qui? Io sto ascoltando un profes­sore che parla di quello che è successo ai sauropodi.

    - A cosa?

    - Ai sauropodi. Ma sei stupido? I dinosauri, no? Quello lì sta dando i numeri. E poi dicono che mancano a noi le rotelle!

    Di colpo, Shorty sentì il bisogno, anzi, la necessità ur­gente di sedersi. Brancolò nel buio, incontrò il ripiano di un banco, si accertò che il sedile fosse libero, e si lasciò ca­dere di schianto.

    - Per me tutto questo è greco - disse poi. - Chi dice che siete matto?

    - Lo dicono loro. Non sai... ah, già, non puoi saperlo. Chi ha fatto entrare il moscone?

    - Per favore, procediamo con ordine - pregò Shorty. - Dove sono?

    - Oooh, voi normali! - sospirò la voce, petulante. - Ap­pena vi trovate di fronte a qualcosa che esula appena appena dalla norma, vi mettete subito a fare domande! Aspetta un momento e te lo dico. Prima però mi ammazzi quel moscone.

    - Come faccio se non lo vedo?

    - Sssst! Lasciami sentire cosa dice quello lì. Sono qui per questo. Figurati! Sta dicendo che i dinosauri si sono estinti per mancanza di cibo, perché erano troppo grossi! Si è mai sentita un'idiozia simile? Più una creatura è gros­sa e più aumentano le sue probabilità di procacciarsi cibo.

    E poi, sostenere che gli erbivori sono morti di fame in quelle foreste! O che siano morti di fame i carnivori, con tutti gli erbivori che c'erano in giro! Ma perché sto a dirti queste cose? Tu sei un normale.

    - Non... non capisco. Se io sono normale, voi cosa sie­te?

    Una risatina. - Io sono matto.

    Shorty deglutì. Non c'era proprio niente da obiettare. Su questo punto la voce aveva sicuramente ragione.

    In primo luogo, ammesso di poter sentire quello che succedeva all'esterno di lì, il professor Dolohan stava te­nendo una lezione sull'assoluto positivo, mentre la voce, con quello che c'era attorno, se c'era qualcosa, affermava di essere lì per sentir parlare dell'estinzione dei sauropodi. Del tutto assurdo, dato che il professor Dolohan non di­stingueva uno pterodattilo da uno sferoide.

    E poi... - Ahi! - gridò Shorty. Qualcosa gli aveva ap­pioppato una gran pacca sulla schiena.

    - Chiedo scusa - disse la voce. - Stavo tentando di elimi­nare quella noiosa bestiaccia, invece mi è scappata, ma­ledizione! Aspetta un momento che spengo la luce così magari il moscone se ne va. Vuoi andartene anche tu, per caso?

    Il ronzio cessò di colpo.

    -lo... ecco, io sono troppo curioso per andarmene di qui senza prima aver saputo da che cosa me ne vado. In­somma, voglio sapere dove mi trovo. Mi sembra di essere diventato matto e...

    - No, no, tu sei normale. I matti siamo noi. O per lo me­no, così dicono loro. Oh, mi sono stufato di ascoltare queste sciocchezze sui dinosauri. Preferisco parlare con te. Tu però non avevi nessun diritto di piombarmi tra i piedi. E nemmeno quel moscone. Capisci? Dev'essersi inceppato qualcosa nell'impianto. Lo dirò a Napoleone...

    - A chi?

    - Napoleone. È lui il capo della zona. Chiaro che anche nelle altre zone il capo è un Napoleone. Il Napoleone che dico io, comunque, è quello di Donnybroock.

    - Donnybroock? Non è un manicomio?

    - Bella scoperta! Secondo te dove dovrebbe stare uno che crede di essere Napoleone?

    Shorty McCabe chiuse gli occhi, poi decise che era una cosa sciocca. Considerata la mancanza di luce, avere gli oc­chi chiusi o aperti era esattamente lo stesso. Bisogna che continui a fare domande finché non riuscirò a ottenere una ri­sposta che abbia un po' di senso, se non voglio diventare matto sul serio, si disse. Ma forse sono già impazzito e questi sono gli effetti di essere pazzo. E se è così, io sono ancora nella classe del professor Dolohan o... O che cosa?

    Aprì gli occhi e disse:

    - Vediamo se è possibile capirci impostando diversamente la domanda. Voi dove vi trovate?

    - Io? Anch'io sto a Donnybroock. Di solito, voglio dire. In questa zona stiamo tutti lì, tranne quelli che sono anco­ra fuori. In questo momento - e la voce denotò un certo imbarazzo - mi trovo in una cella imbottita.

    - Allora è così? - s'informò Shorty, timoroso. - Voglio dire, sono anch'io nella cella imbottita?

    - Ma no! Cosa c'entra? Tu sei normale. Senti, non sono autorizzato a parlare di queste cose con un estraneo. Cerca di capire. Esiste una netta linea di demarcazione, soltanto che dev'esserci stato un guasto nell'impianto. Quale impianto?, avrebbe voluto chiedere Shorty, ma ri­nunciò per paura che la risposta innescasse una nuova se­rie di domande. Meglio invece battere su un solo punto fi­no a raccapezzarsi a sufficienza da avere un certo quadro dell'insieme.

    - Torniamo a Napoleone - disse. - Se ho capito bene, c'è più di un Napoleone, vero? Com'è possibile? Non pos­sono esistere due esemplari di una medesima entità.

    La voce ridacchiò. - Così ragionate voi. È questa la pro­va che siete normali. Il tuo è un ragionamento normale. Giustissimo, sia chiaro, ma quelli che credono di essere Napoleone sono matti, perciò, nel loro caso il ragiona­mento non regge. Perché cento individui non possono es­sere altrettanti Napoleoni, se sono troppo matti per capire che la cosa non è possibile?

    - Diciamo che se Napoleone fosse ancora vivo - ribatté Shorty - almeno novantanove di loro avrebbero torto, non è forse vero? Logico, direi.

    - Ecco l'errore! - disse la voce. - Ho detto e ridetto che noi siamo matti.

    - Noi? Significa che anch'io...

    - No, no e poi no. Quando dico noi intendo dire noi, io e gli altri, e non anche tu. Ecco perché tu non c'entri per niente, qui. Capito?

    - No - rispose Shorty. Curioso ma aveva sconfitto del tutto la paura. Il buon senso avrebbe voluto che lui credes­se di dormire e sognare, ma Shorty non riusciva a crederci del tutto. Di una sola cosa era sicuro al di là di ogni ragio­nevole dubbio; non era matto. La voce con la quale stava parlando asseriva che non lo era, e quella voce aveva tutta l'aria di essere una vera autorità in materia. Un centinaio di Napoleoni!

    - Vorrei scoprire il più possibile prima di svegliarmi - disse. - Voi come vi chiamate? Io mi chiamo Shorty.

    - Non del tutto disgustato di fare la tua conoscenza, caro Shorty - disse la voce. - Di solito i normali mi an­noiano, tu però mi sembri un po' meglio degli altri. Ma anche così preferisco non dirti il nome con il quale sono conosciuto a Donnybroock. Potrebbe saltarti in mente di venirmi a trovare o che so io. Chiamami semplicemente Dotto.

    - Il Dotto dei Sette Nani? Credete di essere...

    - Niente affatto. Non sono un paranoico! Nessuna delle mie manie, come le chiameresti tu, ha a che fare con l'identità. Dotto è il nomignolo che mi hanno affibbiato, proprio come a te hanno affibbiato quello di Shorty, per­ché non sei certo alto' I, dico bene? Il mio nome vero però lasciamolo perdere.

    - Quali sarebbero le... le vostre manie?

    - Sono un inventore. Quello che loro chiamano un in­ventore matto. Per esempio, a starmi a sentire avrei inven­tato la macchina del tempo. Questo dovrebbe essere ap­punto uno dei miei modelli.

    - Dovrebbe essere... Volete dire che mi trovo dentro una macchina del tempo? Certo che questo spiegherebbe un paio di cose. Ma se questa è una macchina del tempo, e funziona, perché dite che l'avreste inventata?

    La voce rise.

    - Non si può inventare la macchina del tempo. La mac­china del tempo è un paradosso. I tuoi professori potran­no spiegarti che una macchina del genere non può esiste­re, perché sarebbe come dire che due cose possono occupare contemporaneamente lo stesso spazio. Poi un uomo potrebbe tornare indietro e uccidere il se stesso di qualche anno prima e... insomma un sacco di altre storie del gene­re. È assolutamente impossibile. Soltanto un pazzo può...

    - Voi però avete detto che questa è una macchina del tempo. A proposito, quando è? Voglio dire, in che punto del tempo siamo?

    - Adesso? Nel millenovecentocinquantotto, no?

    - Nel... Ma siamo nel cinquantatré! L'avete spostata do­po che sono arrivato io, per caso?

    - Io non mi sono mosso dal cinquantotto. È in quell'an­no che stavo ascoltando la lezione sui dinosauri. Tu però sei capitato qui da più indietro, da cinque anni più indie­tro, per l'esattezza. Colpa della distorsione, capito? È proprio di questo che voglio parlare con Napoleone.

    - Ma... ma dove siamo adesso?

    - Dove? Nella stessa aula da cui sei partito. Però cinque

    anni più in là. Se allunghi una mano fuori lo vedrai. Prova,

    alla tua destra, verso il banco dove stavi seduto tu.

    - Sì, ma poi riavrò indietro la mia mano o succederà come

    me quando l'ho infilata qui dall'esterno? - Stai tranquillo, la riavrai.

    - Allora... - disse Shorty, esitante.

    Allungò cautamente una mano. Le dita incontrarono qualcosa di soffice. Sembravano capelli. Provò ad afferrarli e a tirare un po' tanto per vedere che cosa succedeva.

    Di colpo i capelli gli sfuggirono dalle dita, e per reazio­ne lui ritrasse la mano.

    - Che divertente! - esclamò la voce accanto a lui. - Che... che cos'è successo? - chiese Shorty.

    - C'è una ragazza. Una gran bella ragazza coi capelli rossi. È seduta nel tuo stesso banco di cinque anni fa. Non hai idea del salto che ha fatto quando le hai tirato i capel­li! Ma ascolta...

    - Cosa devo ascoltare?

    - Senti, stai zitto così potrò ascoltare almeno io. - Una pausa, poi la voce fece una risatina chioccia.

    - Il profes­sore le sta dando un appuntamento.

    - Eh? - disse Shorty. - In classe? Ma come...

    - Quando la ragazza ha gridato, lui si è voltato a guar­darla e le ha detto di fermarsi dopo la lezione. Dal mo­do come la guarda sono pronto a scommettere che non ha intenzione di parlarle di dinosauri. Del resto posso capirlo, la rossa è talmente bella! Prova a tirarle ancora i capelli.

    - Ecco... non mi sembra una cosa... insomma...

    - Eh, già - sbuffò la voce in tono disgustato. - Mi di­mentico sempre che tu non sei matto come me. Che noia dev'essere la vita, per un normale. Va bene, andiamocene di qui. Ne ho avuto abbastanza. Ti piacerebbe andare a caccia?

    - A caccia? Io non sono gran che come tiratore. Soprat­tutto quando non vedo niente.

    - Fuori dalla macchina non sarà più così buio. È sempre il tuo mondo, sai, solo che è pazzo. Intendo dire che... Co­me me direbbe il tuo professore? È un aspetto illogico della logicità, ecco. Comunque, noi andiamo a caccia con la fionda. È molto più divertente.

    - A caccia di che cosa?

    - Dinosauri. È uno spasso cacciare i dinosauri.

    - Dinosauri? Con un tirasassi? Siete mat... Eeeehm... dav­vero?

    La voce rise. - Davvero, davvero. Ecco perché mi sem­brava tanto buffo quello che stava dicendo quel professore sui sauropodi. Siamo stati noi a sterminarli, capisci? da quando ho costruito questa macchina del tempo, il Giurassico è diventato il nostro terreno di caccia. Un paio però ne saranno pur rimasti, dico io. Conosco un posto che... Ecco, ci siamo. È qui.

    - Qui? Ma non eravamo in un'aula, nel novecentocinquantotto?

    - C'eravamo prima. Adesso inverto la polarità così po­trai venire fuori. Forza, esci.

    - Uscire da... - disse Shorty. Poi fece un passo a destra. Rimase accecato dalla luce del sole.

    Era un sole più vivido, più abbagliante di quello a cui era abituato, e dopo il buio totale l'impatto fu tremendo. Shorty alzò le mani agli occhi per proteggerseli, e solo spo­standole per gradi riuscì a riaprire le palpebre. Scoprì di essere su una striscia di terreno sabbioso pres­so la riva d'un lago dalle acque calme, immobili.

    - Vengono qui a bere - disse la voce ormai nota, e lui si girò di scatto.

    Lì a due passi c'era un tipo buffo, molto più piccolo di Shorty, che non superava il metro e sessanta. Portava oc­chiali con la montatura di tartaruga, e aveva una corta bar­ba a punta. Sotto l'alto cappello a cilindro, tanto vecchio da essere diventato quasi verde, c'era una piccola faccia rugosa, da gnomo.

    L'ometto si mise una mano in tasca e ne tolse una fion­da minuscola munita di un solido elastico. - Tira pure tu per primo, se vuoi - disse, porgendo la fionda.

    - No, no, grazie - disse Shorty, scuotendo la testa.

    L'ometto si chinò a frugare nella sabbia, e raccattò cin­que o sei sassi di dimensioni ridotte. Se li mise in tasca, tranne uno che appoggiò a metà dell'elastico. Poi si sedet­te su un masso e spiegò: - Non occorre nasconderci. I di­nosauri sono talmente stupidi! Vedrai che ci passeranno proprio sotto il naso.

    Shorty si guardò di nuovo attorno. A un centinaio di metri dal lago c'era una macchia di alberi, strani, enormi, con grosse foglie d'un verde molto più chiaro di quello de­gli alberi che Shorty conosceva. Sul terreno tra gli alberi e il lago crescevano pochi cespugli stenti d'erba ruvida e giallastra.

    Mancava qualcosa... Gli venne in mente di colpo. -

    - Dov'è la macchina del tempo? - chiese.

    - Che cosa? Ah, sì, è qui. - L'ometto allungò un braccio a sinistra, e il braccio sparì fino al gomito.

    - Vedo - disse Shorty. - Mi stavo chiedendo che forma avesse.

    - Forma? Come può avere una forma? - disse l'ometto. - Ho già detto che la macchina del tempo non può esiste­re. Sarebbe un paradosso. Il tempo è una dimensione fissa. Quando ne ho avuto la dimostrazione sono diventato matto.

    - Quando è successo?

    - Vediamo... Fra quattro milioni di anni circa. Nel mil­lenovecentocinquantuno. Mi ero messo in testa di costrui­re una macchina del tempo, e siccome non ci sono riuscito mi ha dato di volta il cervello.

    - Capisco - disse Shorty perplesso. - Ma com'è che prima, nel futuro, non potevo vedervi e invece qui sì? E questo mondo di quattro milioni di anni fa è il vostro o il mio?

    - La risposta alle due domande è unica. Qui siamo su terreno neutro, ossia prima che si verificasse una biforca­zione fra senno e follia. I dinosauri sono animali molto stupidi, non hanno cervello sufficiente per essere normali, figurati per essere matti! Loro non sanno niente di niente. Non sanno che una macchina del tempo non può esistere, ecco perché noi possiamo venire qui.

    - Capisco - ripeté Shorty. Le parole dell'ometto gli die­dero da pensare. In un certo senso, non gli sembrava più particolarmente assurdo trovarsi lì in attesa di cacciare un dinosauro con una fionda. La vera assurdità era trovarsi lì ad aspettare che passasse un dinosauro. Stabilito questo, ecco che non poteva più considerare assurdo il fatto di es­sere seduto ad aspettarlo con...

    - Se usare un tirasassi è tanto divertente - disse a un tratto - non vi è mai venuto in mente di usare uno scaccia­mosche?

    All'ometto brillarono gli occhi. - Che magnifica idea! - esclamò. - Lo sai che forse sei davvero degno di...

    - Stavo solo scherzando - si affrettò a dire Shorty. - Ascoltate...

    - Non sento niente.

    - No, non in quel senso! Volevo dire... Insomma, sicura­mente fra poco io mi sveglierò, e vorrei fare un paio di do­mande finché voi siete ancora qui.

    - Vorrai dire finché tu sei ancora qui - precisò l'omet­to. - Ti ho già spiegato che mi sei capitato fra capo e collo soltanto per un incidente, e che dovrò controllare con Napoleo……

    - Al diavolo Napoleone! - interruppe Shorty. - Volete rispondermi, in modo che io possa capire? Adesso noi sia­mo o non siamo qui? Mi spiego: come si giustifica la pre­senza in questo posto di una macchina del tempo, visto che la macchina del tempo non può esistere? E io sono o non sono nella classe del professor Dolohan? E se sono là, che cosa ci faccio qui? Ma se... Insomma, come funziona questa faccenda?

    L'ometto sorrise con aria pensosa. - Vedo che hai le idee confuse, ragazzo mio. Potrei forse tentare di chiarirte­le le un po'. Tu ne sai niente di logica?

    - Qualcosa ne so, signor...

    - Chiamami Dotto. Allora il guaio è proprio questo. Dimentica tutto quello che sai, e tieni presente soltanto che io sono matto. Questo cambia immediatamente le cose, ca­pisci? Un matto non ha il dovere di essere logico. I nostri due mondi sono diversi, mi spiego? Ora, tu sei un norma­le, cioè uno che vede le cose come le vedono tutti. Noi, in­vece, no. E poiché la materia è un mero concetto della mente umana...

    - È così?

    - Certo!

    - Ma questo contrasta con la logica! Cartesio...

    L'ometto agitò la fionda in un gesto d'insofferenza. - Secondo Cartesio, ma non secondo altri filosofi. I dualisti, eh? I logici ci fanno ridere. Si dividono in due correnti, so­stengono due tesi diametralmente opposte su un'unica questione, e sia gli uni sia gli altri pretendono di avere ra­gione. Non sembra illogico per dei logici? Resta comun­que il fatto che la materia è un concetto della coscienza, anche se qualcuno, pur non essendo completamente paz­zo, non ammette che sia così. Ora, esiste un concetto normale della materia che tu condividi, e poi esiste tutta una serie di concetti anormali. Gli individui che condividono questi secondi tendono, per così dire, ad associarsi...

    - Non so se riesco a seguire. State dicendo che esiste una specie di società segreta di... di lunatici, i quali vivono in un altro mondo come se fosse quello...

    - Non come se fosse - corresse l'ometto con estrema serietà, - ma come se non fosse. E non si tratta di una so­cietà segreta di nessun genere, ma semplicemente di un fatto. Noi ci proiettiamo contemporaneamente dentro due universi di cui uno è normale, ed è quello in cui so­no nati i nostri corpi, che naturalmente rimangono là. Se siamo pazzi a sufficienza da essere riconosciuti come ta­li, ci mandano in un manicomio. Ma noi abbiamo an­che una seconda esistenza, quella mentale. Ecco dove mi trovo io, e dove, per pura combinazione, ti trovi momen­taneamente anche tu. In realtà, nemmeno io mi trovo ve­ramente qui.

    - Oh, Dio! - gemette Shorty. - Com'è possibile che io mi trovi nella vostra...

    - Te l'ho detto. Un inconveniente tecnico. In ogni caso la logica non ha molto posto nel mio mondo. Un parados­so in più o in meno non ha importanza, e l'esistenza di una macchina del tempo è cosa trascurabile. Sapessi in quanti siamo ad averla! E in quanti possiamo tornare in­dietro fin qui per andare a caccia. È stato così che abbia­mo potuto sterminare i dinosauri, ed ecco...

    - Un momento - interruppe Shorty. - Questo Giurassi­co in cui ci troviamo, fa parte della vostra concezione del mondo oppure è reale? A vederlo sembra reale.

    - È reale, solo che nella realtà non è mai esistito. Chia­ro, no? Se la materia è un concetto mentale, e se i sauro­podi non avevano una mente, come potevano avere un mondo in cui vivere, prima che noi lo pensassimo?

    - Ah - disse Shorty, basito. Sentiva la mente ronzare in tondo. - Volete dire che i dinosauri in realtà non sono mai...

    - Eccone uno! - esclamò l'ometto.

    Shorty sussultò. Si guardò intorno ma non vide niente che sembrasse un dinosauro.

    - Là - disse l'ometto, indicando. - Sta uscendo da quei cespugli. Stai a guardare che mira.

    Shorty guardò mentre lo strano ometto sollevava il tira­sassi. Da dietro un cespuglio era uscita una creatura molto simile a una lucertola, soltanto che si teneva ritta sulle zampe posteriori. Era alta una quarantina di centimetri.

    Si udì lo schiocco secco dell'elastico e il tonfo del sasso `.che colpiva la creatura in mezzo agli occhi. La grossa lucertola cadde, e l'ometto corse a prenderne il corpo.

    - Il prossimo puoi ucciderlo tu - disse, tornando con la sua preda.

    Shorty guardò il sauropode a bocca aperta. - Uno struthiominus» - disse. - Ma se ne passa uno grosso? Un brontosauro, per esempio, o un tirannosaurus rex19.

    - Sono già scomparsi. Li abbiamo uccisi tutti noi. Sono rimasti soltanto questi piccoli, ma sempre meglio che dare la caccia alle lepri, no? Adesso però comincio ad annoiar­mi. Comunque aspetterò che ne uccida uno tu, se ci tieni.

    - No, grazie - disse Shorty. - Non saprei prendere bene la mira con quel tirasassi. Lasciamo perdere. Dov'è la mac­china del tempo?

    - Eccola lì. Fai due passi avanti.

    Shorty obbedì, e ripiombò nel buio.

    - Un momento che regolo i comandi - disse l'ometto. -

    Vuoi scendere nello stesso punto dove sei salito?

    - Oh, sì, sì, certo. In caso contrario potrei trovarmi in qualche guaio. E adesso dove siamo?

    - Siamo tornati nel millenovecentocinquantotto. Quel tipo sta ancora spiegando ai suoi allievi che fine hanno fat­to i dinosauri, secondo lui. Quella rossa tanto bella... È proprio bella sul serio. Vuoi tirarle ancora i capelli?

    - No, no - disse Shorty. - Io però devo arrivare nel cinquantatré. Come farà a portarmici, questa macchina?

    - Pur venendo dal cinquantatré, sei salito qui, ricordi? Sempre per via della distorsione. Scendendo qui dovresti essere nel punto giusto.

    - Dovrei? - Shorty ricominciava a preoccuparsi. - E se per caso esco un giorno prima e mi ritrovo seduto in brac­cio a me stesso?

    La voce rise. - Non potresti mai farlo, tu non sei matto. Io sì che una volta l'ho fatto. Forza, scendi, io voglio torna­re al...

    - Grazie del passaggio - disse Shorty. - Oh, un momen­to. Ancora una domanda. A proposito di quei dinosauri.

    - Va bene, ma sbrigati. La distorsione potrebbe non reg­gere ancora a lungo.

    - Quelli veramente grossi... quelli come avete fatto a ucciderli con i tirasassi? Forse non li avete affatto uccisi.

    - Certo che li abbiamo uccisi - disse la voce, ridendo. - Abbiamo usato tirasassi più grossi, ecco tutto. Arrivederci, figliolo.

    Shorty sentì una specie di spinta, e si ritrovò in piena lu­ce, nella sua classe, in piedi nel corridoio tra le due file di banchi.

    - Signor McCabe - disse, sarcastico, il professor Dolohan, - la lezione finirà soltanto fra cinque minuti. Volete essere così gentile da rimettervi a sedere? Soffrite per caso di sonnambulismo?

    Shorty si affrettò a sedersi. - Ecco, professore, io... Chiedo scusa.

    Per il resto della lezione rimase seduto al suo posto in stato di shock. Certo che era stato tutto troppo reale per poter convalidare l'ipotesi di un sogno, compresa la scom­parsa della penna stilografica. D'accordo che poteva averla persa chissà dove. Ma tutta la faccenda aveva avuto una ta­le consistenza di realtà che gli ci volle tutta una giornata per convincersi di avere sognato, e una settimana per riu­scire a dimenticarsene almeno per qualche ora.

    Quel ricordo svanì a poco a poco soltanto col tempo. A distanza di un anno. Shorty aveva solo il ricordo di un so­gno particolarmente strambo. Dopo cinque anni non lo ri­cordava più; un sogno non resta impresso così a lungo.

    Nel frattempo Shorty era diventato assistente, e teneva il corso di paleontologia.

    - I sauropodi si estinsero sul finire del Giurassico - stava dicendo un giorno alla sua classe. - Essendo troppo grossi e lenti per procurarsi facilmente e agevolmente il cibo...

    Mentre parlava, non perdeva di vista una studentessa dai capelli rossi, seduta nell'ultimo banco.

    Si stava chiedendo come poteva fare per chiederle un appuntamento.

    Nell'aula svolazzava un grosso moscone. Si era alzato in volo da un punto imprecisato in fondo alla stanza, e ades­so procedeva a spirale. Il moscone ricordava vagamente qualcosa al professor McCabe il quale, pur continuando a parlare, si stava sforzando di mettere a fuoco il ricordo. In quel momento la ragazza dell'ultima fila scattò in piedi e fece un piccolo grido.

    - Signorina Willis, che cosa succede? - le chiese il pro­fessore.

    - Non lo so... Ho avuto l'impressione che qualcuno mi tirasse i capelli - disse la ragazza arrossendo. Il rossore la fece sembrare ancora più appetibile. - Forse... forse mi ero appisolata.

    Siccome gli sguardi di tutti erano su di lui, McCabe fissò la ragazza con espressione severa. Era proprio l'occasione che stava cercando.

    - Signorina Willis - disse, - siete pregata di trattenervi in classe, dopo la fine della lezione.

    Il Creatore

    Paradosso perduto

    Cari lettori e care lettrici, con questo intervento e con il precedente ho interrotto un lungo periodo di silenzio cui sono stato obbligato da impegni accademici e non. Come avrete quindi arguito, questo intervento è collegato al precedente e ne è una sorta di esplicazione, in quanto, come avrete notato, nel precedente intervento vi era il mio lavoro sic et simpliciter come l'ho scritto poichè di proposito non ho voluto dare spiegazione alcuna su un lavoro irrazionale sull'irrazionalità. Quello della follia è un tema che ho già affrontato precedentemente e da cui sono terribilmente attratto, non tanto per la sua irrazionalità, quanto per la razionalità paradossale che vi si trova all'interno. Un folle non è una persona che non ragiona ma semplicemente una persona che ragiona in modo diverso, forse opposto, al nostro. Il mio testo provava ad esprimere questo concetto, connotando e denotando esclusivamente la voce del folle e lasciando l'altra come una specie di voce fuori campo, una voce non reale, interna.
    Il testo che vado a proporvi, invece, è più esplicito su questo punto e, pertanto, spero che potrà illuminarvi meglio delle mie parole. E' un racconto di Fredric Brown intitolato "Paradosso perduto":
     
    Un grosso moscone era riuscito chissà come a passare at­traverso la sottile rete metallica della finestra, e adesso ron­zava monotono in tondo, rasente al soffitto della classe. All'estremità opposta dell'aula anche il professor Dolohan ronzava monotono nei suoi cerchi di pura logica. Seduto nell'ultima fila di banchi, Shorty McCabe guardò prima l'uno poi l'altro, e alla fine si decise per il moscone. Gli sembrava il più interessante.

    - Una negazione assoluta - stava dicendo il professore - non è, si può dire, un assoluto negativo. Può sembrare una contraddizione in termini, ma non è così. Invertendo l'or­dine, i due termini acquisiscono nuovi significati impli­citi...

    Shorty emise un sospiro lieve e seguitò a osservare il mo­scone. Gli sarebbe piaciuto volare anche lui in cerchio e produrre un ronzio tanto ragguardevole. Fatte le debite proporzioni in massa e in decibel, il moscone produceva più rumore di un aereo.

    Più rumore, considerate le dimensioni, di una sega elet­trica. Chissà se una sega elettrica era in grado di segare il metallo! Un'altra sega, per esempio. In tal caso poteva es­sere valida l'affermazione di aver visto una sega elettrica che segava una sega. Togliendo l'aggettivo elettrica, veniva ancora meglio: sego una sega con la sega. Meglio ancora: sego una sega con la sega segata.

    Potremmo addirittura - stava dicendo il professore - considerare un assoluto come un modo di essere...

    Come no?, pensò Shorty, volendo si può pensare tanto a qualsiasi cosa quanto a qualsiasi altra, e l'unica cosa certa che se ne ricava è un bel mal di testa. In compenso, il volo del mo­scone si faceva sempre più interessante. Adesso l'insetto volava a quota inferiore verso l'altro lato della classe. Chis­sà che non finisse per posarsi proprio sulla testa del profes­sore.

    Non andò così. Per posarsi si era posato, ma chissà do­ve. Privato della sua ronzante distrazione, Shorty si guardò attorno in cerca di qualcos'altro da guardare o su cui me­ditare. Niente, a parte le nuche dei compagni. Disponen­do solo di quelle, poteva concentrarsi sui differenti modi in cui crescono i capelli sulla nuca, ma l'argomento pre­sentava un fascino alquanto limitato.

    Si chiese quanti, tra i suoi compagni, stessero dormen­do, e arrivò alla conclusione che fossero almeno una buo­na metà. Avrebbe tanto voluto dormire anche lui, ma non poteva. La sera prima aveva commesso l'errore imperdo­nabile di andare a letto presto. Risultato: si sentiva sveglis­simo e infelice.

    - Però - stava dicendo il professor Dolohan - se non te­niamo conto della violazione di probabilità che emerge dall'affermazione che il positivo assoluto è...

    Evviva! Il moscone aveva lasciato il suo nascondiglio provvisorio. Ronzò in su verso il soffitto, vi si fermò un atti­mo a lisciarsi le ali, poi riprese a volare, questa volta verso il basso e verso il fondo dell'aula.

    Se avesse mantenuto quella rotta a spirale, sarebbe pas­sato a un paio di centimetri dal naso di Shorty. Arrivò. Shorty fece gli occhi strabici per guardarlo poi voltò la te­sta per non perderlo di vista. Il moscone passò e...

    Scomparso. Arrivato a circa trenta centimetri da Shorty, l'insetto aveva inspiegabilmente smesso di volare e di ron­zare, e adesso non c'era più. Non era morto, non era cadu­to sul pavimento, nel passaggio tra le due file di banchi, alla sinistra di Shorty. Era semplicemente sparito.

    Lì a mezz'aria, a un metro e mezzo da terra, aveva smes­so di essere. Così, di colpo. Il rumore del moscone si era interrotto a metà di un ronzio, e nel silenzio improvviso, la voce del professore era risuonata più forte anche se ugual­mente noiosa.

    - ... tramite un'assunzione contraria al fatto, creiamo una serie di assiomi pseudoreali che, in un certo senso, so­no l'inverso dell'esistere...

    Lo sguardo fisso nel punto in cui il moscone era svanito, Shorty McCabe esclamò: - Eeeehi!

    - Come dite, prego?

    - Chiedo scusa, professore, ma non ho parlato - af­fermò Shorty. - Ho soltanto... Mi sono schiarito la voce.

    - ... inverso dell'esistere... dicevamo... Ah, sì. Una base assiomatica di pseudologica potrebbe darci soluzioni diffe­renti del problema. Con questo intendo...

    Non appena gli occhi del professore non furono più fis­si si su di lui, Shorty tornò a guardare il punto in cui il mo­scone aveva smesso di volare. Che avesse per caso smesso di essere un moscone? Aaah, fesserie! Un'illusione ottica, ecco. Il volo di un moscone è veloce, lui l'aveva perso di vi­sta per un attimo e... Shorty diede una rapida occhiata al professore, giusto per essere sicuro che l'attenzione di Dolohan fosse rivolta altrove, poi tese la mano verso il punto della scomparsa del moscone. Non sapeva che cosa si aspettasse di trovare, comunque non trovò niente. In questo c'era una certa logica. Se il moscone scomparendo era diventato niente e lui, allunga­ta la mano, non aveva trovato niente, il fatto dimostrava il niente. Ma si sentiva deluso. Non sapeva bene che cosa si fosse aspettato di trovare. Certo non il moscone, visto che quello non c'era, e nemmeno di incontrare un qualche ostacolo invisibile o chissà cos'altro, però... Insomma, che fine aveva fatto il moscone? Rimise le mani sul banco, e per un minuto buono cercò di non pensare al moscone e di ascoltare il professore. Ma fu anche peggio che stare a scervellarsi sull'insetto.Per la milionesima volta si chiese perché mai fosse stato tanto idiota da iscriversi al corso di Logica. Non sarebbe mai riuscito a superare quell'esame. Fra l'altro lui doveva laurearsi in paleontologia. La paleontologia gli piaceva: un dinosauro era una cosa concreta, una cosa, per così di­re, in cui puoi affondare i denti. Ma la logica! E poi, me­glio studiarli, i fossili, che doverne ascoltare uno.

    Lo sguardo gli andò alle mani posate sul banco.

    - Eeeeehi! - esclamò.

    Allora, signor McCabe? - disse il professore.

    Shorty non rispose: non poteva. Stava fissando la sua mano sinistra. Non c'erano più le dita. Proprio non c'era­no! Chiuse gli occhi. Il professore sorrise: un sorriso professorale. - Credo che il nostro amico dell'ultimo banco si sia... diciamo ad­dormentato. Se qualcuno è tanto gentile da...

    Shorty nascose di colpo le mani sotto il banco. - Non... non ho niente, professore. Chiedo scusa... Avete detto qualcosa?

    - Non siete stato voi a dire qualcosa?

    Shorty deglutì. - Ecco, io... No, professore.

    - Stavamo prendendo in esame - riprese il professore ri­volto, grazie al cielo, a tutta la classe e non a Shorty, singo­larmente - la possibilità di ciò che potremmo definire l'impossibile. Anche questa volta non si tratta di una contraddizione in termini poiché bisogna distinguere, attenzione, fra impossibile e non possibile. Il non possibile...

    Cautamente, Shorty rimise le mani sul banco e restò lì a guardarsele. La destra era del tutto          normale. La sinistra...

    Chiuse gli occhi, li riaprì, ma le dita della sinistra insisteva­no a mancare. Eppure non aveva la sensazione che gli mancassero. A titolo di prova contrasse i tendini che ne co­mandavano il movimento, e le sentì chiaramente flettersi e distendersi.

    Eppure, se doveva credere ai suoi occhi, le dita non c'erano. Provò a toccarsele con la mano destra, ma non le sentì al tatto. La sua destra attraversò lo spazio che avrebbe dovuto essere occupato dalle dita della sinistra, e non in­contrò niente. Eppure lui le dita della sinistra poteva muo­verle. Ci riprovò.

    C'era da perderci la testa.

    Ricordò di colpo che la sinistra era la mano usata per saggiare lo spazio nel punto in cui era scomparso il mosco­ne. In quel momento, quasi a conferma del suo sospetto, sentì su una delle dita mancanti un tocco lieve, e poi qual­cosa di molto leggero che si muoveva lungo quel dito. Qualcosa pressappoco del peso di un moscone. Poi la sen­sazione svanì, come se il moscone fosse volato via.

    Shorty si morse le labbra per non esclamare di nuovo eeeehi. Cominciava ad avere un po' di paura.

    Era per caso diventato matto? Oppure aveva ragione il professore e, tutto sommato, lui stava davvero dormendo? Cosa poteva fare per accertarsene? Un pizzicotto! Con le dita disponibili, quelle della destra, si pizzicò con forza una coscia. Uuuuuh! Già, ma se stava sognando di pizzicar­si forse aveva sognato anche il dolore del pizzicotto. Per­ché no? Si voltò a guardare a sinistra. Non c'era proprio niente da vedere: un banco vuoto oltre il corridoio fra i banchi, un banco accanto al banco vuoto, la parete, la fi­nestra con la rete metallica, il cielo azzurro inquadrato nella finestra.

    Sbirciò il professore e vide che si era voltato a scrivere sulla lavagna. - Chiamiamo enne l'infinità nota - stava di­cendo - e a il fattore di probabilità...

    Esitante, Shorty tese di nuovo in fuori la sinistra osser­vandola attentamente. Poteva valere la pena di fare un controllo. Protese ancora un po' la mano... La mano scomparve. Di scatto ritirò il polso, e rimase là immobile, inebetito, sudando freddo.

    Era matto! Eh, sì, sì... era matto.

    Riprovò a muovere le dita e le sentì agitarsi in maniera del tutto soddisfacente com'è normale che le dita si agiti­no. Assoluta padronanza di coordinamento. Si muovevano o stavano ferme, a volontà. Però… Allungò il braccio e non riuscì a sentire il banco. Mise il braccio in posizione tale che se la mano fosse stata ancora attaccata al polso avrebbe dovuto o incontrare il banco o penetrare nel le­gno. Invece, niente. Non sentì niente di niente.

    La sua mano destra non era affatto attaccata al polso. Qualsiasi movimento lui facesse con il braccio, la sua ma­no restava là nel passaggio vuoto.

    Se lui si fosse alzato e fosse uscito dall'aula, la mano avrebbe continuato a restare là a mezz'aria, tra i banchi vuoti, invisibili a tutti? E se si fosse allontanato di mille chi­lometri? Assurdo.

    Già, perché invece il braccio sul banco a mezzo metro di distanza no? D'accordo, d'accordo, c'era una differenza di novecentonovantanove metri e mezzo, all'assurdità però non si applicano le misure di lunghezza.

    Ma la sua mano era davvero là in mezzo?

    - Tolse di tasca la stilografica e la protese con la destra verso il punto in cui doveva trovarsi più o meno la sua sini­stra. Puntualmente si ritrovò con soltanto mezza stilografi­ca. Evitando con cura di protendersi oltre sollevò la penna e la calò con forza.

    La sentì battere sulle dita della mano mancante. E ades­so, cosa voleva di più? Ne ricevette un tale trauma che la­sciò andare la penna, e quella scomparve. Non cadde per terra. Scomparve proprio. Un'ottima penna da cinque dollari!

    Era il caso di prendersela per una penna, quando gli era scomparsa tutta una mano? Adesso cosa poteva fare per rimediare?

    Chiuse gli occhi. Shorty McCabe, si disse, sforzati di usare la logica per trovare il sistema di riprenderti la mano dal punto misterioso in cui è scomparsa. E non farti prendere dal panico! Forse ti sei addormentato e stai sognando, ma forse no. E se non è così, sei in un grosso pasticcio. Quindi, cerca di essere logico. Lì in mezzo c'è un punto o una linea o un piano, in cui puoi penetra­re, puoi farci passare cose, ma non puoi riaverle indietro. Oltre quel punto o quella linea può anche non esserci niente, ma la tua mano c'è di sicuro. E la tua mano destra non sa che cosa sta fa­cendo la sinistra perché una è qua e l'altra è là. Non sappia la de­stra quello che ...5 Piantala! Ti sembra il momento di scherzare?

    Ecco che cosa poteva fare. Poteva stabilire forma e di­mensione del... Già, che cos'era? Comunque, lì sul banco aveva una scatoletta di fermagli per lettere. Ne prese in mano cinque o sei e ne lanciò uno nello spazio vuoto tra i banchi. Il fermaglio compì una traiettoria di venti centi­metri più o meno, poi scomparve. Non lo sentì cadere.

    Bene. Ne buttò un secondo un po' più basso. Stesso ri­sultato. Si chinò sotto il ripiano del banco stando bene at­tento a non sporgere la testa nel corridoio, e con un colpo fece slittare un terzo fermaglio rasente il pavimento. Dopo aver percorso una ventina di centimetri quello sparì. Dun­que era un piano, e si stendeva perpendicolarmente al pa­vimento.

    Fino a che altezza? Shorty lanciò in aria un altro ferma­glio che, salito di un paio di metri, sparì. Riprovò, lanciando con più forza e un po' in avanti.

    Il fermaglio descrisse un arco nell'aria e finì sulla testa di una ragazza seduta tre banchi più in là e nell'altra fila. La ragazza trasalì e si toccò la testa.

    - Signor McCabe - disse severamente il professore -posso chiedere se questa lezione non è di vostro gradimen­to?

    Shorty sussultò. - Oh, sì, certo professore. Stavo solo... - L'ho notato. Si trattava di esperimenti di balistica, ve­ro? Studi sulla parabola, per l'esattezza. Una parabola, si­gnor McCabe, è la curva descritta da un corpo che viaggia nello spazio unicamente grazie alla spinta iniziale e alla forza di gravità. Ora posso continuare la mia lezione, o preferite venire qui voi a darci dimostrazioni di meccanica paraboloidale?

    - Chiedo scusa, professore - farfugliò Shorty. - Io... voglio dire che... ecco... Chiedo scusa.

    - Non c'è di che, signor McCabe. E adesso... - il professore tornò a girarsi verso la lavagna - se indichiamo con la lettera bi il grado di una possibilità contrapponen­dolo a...

    Shorty si osservava imbronciato le mani abbandonate in grembo. Pardon. La mano. Guardò l'orologio appeso alla parete, sopra la porta, e vide che mancavano solo cinque minuti alla fine della lezione. Doveva fare qualche cosa e farla alla svelta.

    Sbirciò nuovamente alla sua sinistra. Lì nel corridoio non c'era proprio niente da vedere, in compenso c'era di­verso materiale su cui riflettere: tre o quattro fermagli, la sua bella penna stilografica e la sua mano sinistra.

    Lì in mezzo c'era qualcosa, invisibile, intangibile, inavvertibile, che non produceva alcun rumore nell'impatto con oggetti tipo fermagli da lettera. Qualcosa che si poteva attraversare in un senso ma non nell'altro. Esempio, se lui avesse sporto in fuori la destra avrebbe potuto senza dub­bio toccare la sinistra, ma non avrebbe più riavuto indietro la mano. E tra pochi minuti la lezione sarebbe finita, per­ciò...

    C'era una sola cosa sensata da tentare. Dall'altra parte di quell'invisibile piano verticale, niente provocava sensa­zioni dolorose nella sua mano sinistra, vero? Vero. Allora perché non passare di là dalla testa ai piedi? Se non altro si sarebbe ritrovato non sapeva dove ma tutto d'un pezzo.

    Guardò il professore, e aspettò che si voltasse a scrivere qualcosa sulla lavagna. Poi, senza perdere tempo a riflet­terci sopra (non osava farlo), si alzò e fece un passo a sini­stra.

    (continua nel prossino intervento)

    December 06

    Attendendo

    "La fantasia è un esercizio sulla realtà esterna per fuggire da quella interna" D.W. Winnicott

     

     

     

    “Aspetto” disse per tutta risposta con un tono di ovvietà simile, per efficacia, a quello che un docente di matematica pura userebbe mentre, piuttosto annoiato, sta illustrando un teorema di Euclide ad una classe di bambini delle elementari. “Aspetti?” “ Si, che ci trovi di tanto assurdo?” “Niente, solo…cosa stai aspettando?” “Chi ti dice che stia aspettando qualcosa?” “Allora chi aspetti?” “E perché sei cosi sicuro che stia aspettando qualcuno?” “Non mi dirai che aspetti e basta” “Perché?” chiese con tutto il candore di quei bambini che tra i 3 e i 5 anni si ritrovano a chiedere il motivo delle cose più ovvie, per noi “Ti darebbe tanto fastidio se stessi ‘ aspettando e basta ’ come dici tu?” “No, ma…adesso sono io che ti chiedo perchè” “Ed io ti rispondo: deve esserci per forza un motivo per fare qualcosa come, in questo caso, aspettare?” “Beh, di solito si” “Che significa di solito?” disse cominciando vagamente ad alterarsi “Non andartene per luoghi comuni, basandoti su ciò che ti hanno insegnato a pensare o ti hanno indotto a credere!” Poi si rese conto che era inutile innervosirsi e continuò con maggiore tranquillità “Ascolta: a tuo giudizio, perché è così inconcepibile che io stia semplicemente aspettando?” “Ma perché si può aspettare un autobus in ritardo, la telefonata della tua compagna che ti avverte che è arrivata sana e salva, il proprio turno all’ufficio postale mentre si ascolta un signore logorroico che ha avuto un grave litigio con l’acqua, il momento giusto per dare il primo bacio alla ragazza che sogni da mesi e mesi…” “No, no, stai sbagliando! Io non ti ho chiesto cosa si può aspettare e quali sono i motivi per cui si può aspettare. Ti ho chiesto perché, secondo te, io non posso aspettare e basta” esplose con veemenza “Ma perché…non… non ha senso” “E chi è che ha stabilito che non ha senso?” lo incalzò montando su tutte le furie “Secondo te avrebbe più senso comprare un biglietto della lotteria aspettandosi che esca proprio quel numero? O aspettare che un uomo in coma profondo si risvegli da un momento all’altro?” “No, magari non è logico, ma…c’è sempre la speranza” Improvvisamente rasserenatosi rispose “Ecco forse aspetto quella. La Speranza…” Ripeté sognante “La Speranza di guardarla di nuovo negli occhi, di camminare ancora a piedi nudi sulla sabbia umida. La Speranza di rivedere ancora il Sole caldo o di giocare ancora con la neve fresca. La Speranza…di riuscire a non essere più così solo in questa stanza ovattata con indosso questa strana giacca piena di cinghie!”

     

    Il Creatore

    June 04

    Rischiare o rinunciare, crescere o vegetare?

    Anzitutto le mie più sentite scuse per il lungo silenzio cui mi sono costretto, mettendo a dura la pazienza dei miei lettori che, tuttavia, mi hanno dimostrato fedeltà venendo, di tanto in tanto, a dare sempre un occhiata nel caso di nuovi aggiornamenti.
    Oltre a ciò un doveroso ringraziamento a coloro che hanno contribuito, con le loro opinioni, ad arricchire il mio precedente intervento sul genio e la follia, nella speranza che questo intervento sia altrettanto interessante e stimoli altrettanti e più numerosi interventi.
    Lasciate ora che vi introduca all'argomento con un aforisma del sottoscritto lanciato lì, come un sasso nell'acqua, di cui si osservano le increspature sulla superficie: "La vita è come un guanto di cui bisogna saper sempre accettare la sfida."
    Lasciando ora da parte la poeticità o meno del pensiero, riflettiamo insieme sul suo messaggio. Perchè cos'è la vita se non una sfida continua dove giorno per giorno ci ritroviamo a combattere e difenderci? Al lavoro, a scuola, coi genitori, coi figli, per cose futili o fondamentali a seconda del punto di vista. E poi, il luogo dove si combatte sempre: l'Amore, l'unico luogo in cui combattere, con se stesso e con l'altro, è il solo modo per sopravvivere. A questo una domanda viene da porsi a voce alta: "Perchè combattere cosi tanto e cosi spesso? Cui prodest?" Ora, se fossi un nichilista vi risponderei: "Siamo nati per soffrire e la lotta continua contro tutto e tutti è il modo migliore per farlo", ma siccome per natura sono oltre che un inguaribile ottimista anche uno cui le spiegazioni semplicistiche non sono mai piaciute, rimuginandoci sopra in quei, oramai, rari momenti di "Otium" mi sono dato una risposta di natura evoluzionista-darwiniana: la natura è, mi si perdoni il gioco di parole, per sua natura molto severa e non ha mai permesso agli esseri troppo deboli di andare avanti falciandoli con la cosiddetta "selezione naturale". Ora siccome Dio-Madre Natura, scegliete voi la definizione che preferite, ci ha concesso oltre al corpo, come tutti gli altri esseri, anche un intelletto superiore è necessario che anche quest'intelletto subisca la stessa selezione, con dei problemi, via via che si evolve, sempre più difficili. Fino a tre giorni fa non mi sarei mai permesso di esporre una teoria simile per paura di essere preso per matto, ma tre giorni fa appunto, studiando un testo di psicologia dello sviluppo mi sono imbattutto in questo brano che mi ha convinto a trattare con voi l'argomento:
     
    " Immaginate una giovane donna nella sua camera da letto impegnata nella lettura di un libro che la prepara all'esame di ammissione ad un'università inglese, un bambino che cerca di scrivere le sue prime parole con una matita, una madre argentina che prepara il pranzo per la sua famiglia, una donna di mezz'età che ha deciso di lasciare il marito con cui è sposata da vent'anni, un anziano signore norvegese che sta programmando di andare a vivere in Spagna per godere dei benefici di un clima più mite.
    In tutte queste situazioni si può percepire l'idea di persone che affrontano una sfida della vita allo scopo di sopravvivere e progredire, sfida che può essere rappresentata da un episodio importante, come, per esempio, il contrasto tra bisogni individuali e le esigenze psicosociali di adattamento alle norme di una particolare società, che, almeno temporaneamente, provoca una crisi. Potrebbe anche trattarsi di una sfida molto piccola rappresentata da un nuovo stimolo che non è ancora presente nello schema dell'individuo, come, per esempio, un bambino che vede la neve per la prima volta; oppure da uno stimolo a cui l'individuo non sa ancora come rispondere in modo appropriato, come nel casodi una persona che riceva in regalo un computer e non sa ancora come adoperarlo. E' chiaro quindi che l'individuo dovrà, in un modo o nell'altro, rispondere alla sfida che si presenta e, nel farlo, cambierà il suo modo di essere. Il modo in cui portiamo a termine i nostri compiti mentre cresciamo e maturiamo nel corso della nostra vita influenza in una certa misura il modo in cui affrontiamo gli anni futurie, andando avanti con l'età, crea differenze sempre maggiori tra gli individui. Le implicazioni di quanto affermiamo variano a seconda del successo o dell'insuccesso ottenuto nel misurarsi con la sfida, e questo dipende a sua volta dalle risorse individuali di ognuno. Sviluppo significa quindi avere a che fare con le grandi e le piccole sfide che affrontiamo giorno per giorno nel corso della nostra vita e col tipo d'insegnamento che traiamo da queste esperienze. Se il numero delle sfide che affrontiamo è limitato o se cerchiamo di evitarle corriamo il rischio di limitare il nostro sviluppo potenziale e di esaurire le risorse che ci permettono di sopravvivere." (tratto da: "Lo sviluppo nel ciclo di vita" di Hendry & Kloep ed. il Mulino)
     
    Cos'altro aggiungere se non che bisogna rimettersi continuamente in discussione senza mai aver paura di farlo?
     
     
    Il Creatore
    April 17

    La festa del Gianculino

    Amici e adorati fratelli,qui è il vostro affezionatissimo Benedetto Onorio Pierluigi Sommella per gli amici Pigio che commenta in maniera straordinaria i 19 anni del nostro carissimo Gianculino.
    Allora iniziamo dal principio, tutto accadde nella notte tra il 14 ed il 15 di questo mese quando un orda di giovincelli si riversò nella dimora del Gianluca per rendergli omaggio nel giorno del suo genetliaco.Tutti erano presenti in quella fausta notte e sopratutto era presente "l'invadente" e penso che si sia notato dalle foto; ma passiamo avanti....erano presenti il magico CORRADINO PISELLINO, parte della compagnia del teatro salesiano, la morosa del festeggiato (la magica Franci) e il cuginastro Alessio ribattezzato sotto il nome di "Vomitino il grande innaffiatore" e dulcis in fundo c'era "La Donna impegnata".
    In conclusione c'erano tutti e tutti insieme abbiamo festeggiato amabilmente il Gianlu che poi ad un certo punto della festa si è ritirato con la sua bella per poi ritornare molto tempo dopo un tantinello scellato (chi sà come mai?). Comunque, dicevo, abbiamo bevuto e mangiato a sazietà le leccornie che il festeggiato, da grade cuoco quale è, aveva preparato ed infine, satolli, ci siamo accasciati tutti sui divani tranne un ristretto gruppo di miei adepti che ho portato nel privè per guardare un attimo nell'occhio del ciclone (chi era con me capisce).
    Concludemmo i festeggiamenti con la torta che però mi sono perso .......ok mi devo essere distratto un attimo per discutere su i grandi principi della vita con la mia donna impegnata.
    Signori miei in definitivo la festa è stato un successo con un after condotto da corradino e michelino in imitazioni del prof Don Santillo e del Rude Acerra nei suoi momenti di strade perdute e con questo Amici e Fratelli il vostro simpaticissimo Pigio vi saluta e vi da appuntamento con un mio futuro ma improbabile commento su questo o altri blog.                                                              SALUTE E FRATERNITA'
     
     
     
    P.S.dopo che tutti se ne sono andati io ed il gianlu con franci ci siamo concessi un altra sbirciatina nell'occhio e vi giuro è stata la mazzata finale miiii comm stavo.
    March 03

    Genio o follia?

    "Che cos'è il genio? E' fantasia, intuizione, colpo d'occhio, decisione e velocità d'esecuzione"
                                                                                                                            Amici Miei Atto I-II
     
    Ho deciso di cominciare questo intervento con questa citazione perchè, a mio avviso, è quella più corrispondente all'idea di genio, quanto meno per quanto riguarda quello artistico.
    Il genio è, per l'appunto, una capacità innata di vedere il mondo e manovrarlo a proprio vantaggio che non tutti possiedono o sfruttano correttamente.
    Si è sempre detto che la differenza tra il genio e il folle corre sul filo del rasoio e io sono un convinto assertore di ciò.
    Spesso grandi folli vengono definiti come genii e grandi genii definiti come folli.
    Ma allora dov'è la differenza? La differenza sta nell'uso che si fa di questo germe innato di divinità e, ovviamente, nel giudizio che ciascuno da del frutto di questo germe.
    La definizione di genio o folle, quindi, è assolutamente soggettiva, ispirata da convinzioni, credenze, obblighi, morali e/o materiali e quant'altro.
    Ho inserito due immagini di due famosi personaggi nello spazio delle foto: chi, con estrema convinzione, mi saprebbe dire chi è il folle e chi il genio? Le risposte le immagino facilmente, e sono quelle che il buon senso detterebbe a chiunque, ma........siete sicuri che sia proprio cosi?
    C'è ancora chi crede che il primo sia un genio e abbia fatto bene a fare quello che ha fatto e, personalmente, ben lungi dal non ritenere il genocidio ebraico come un atto spregevole, penso: quale mente malata o schizofrenica potrebbe progettare con tanta cura e meticolosità un'operazione dalle proporzioni cosi abnormi come la "soluzione finale"?
    D'altronde c'è anche chi pensa che la teoria della relatività sia solo l'opera di un folle, e che di per sè non abbia alcun senso, eppure noi conosciamo maggiormente il secondo individuo proprio grazie a questa sua teoria.
    Che dire, chi ha torto e chi ragione? Non possiamo far altro che abbandonarci alle nostre coscienze, nel giudicare, o al giudizio popolare, nell'essere giudicati, per essere "sicuri" di non sbagliare.
     
    Voglio aggiungere, infine, due aforismi di Gibran che metto qui per far scegliere al lettore se leggerli o meno.
     
    Il folle
     
    Mi chiedete come sia diventato folle. E' successo cosi: un giorno, prima che molti dèi nascessero, mi svegliai da un sonno profondo e scoprii che le mie maschere erano state rubate- le sette maschere che avevo modellato e indossato in sette vite- allora mi precipitai senza maschera per le strade gridando: << Ladri, ladri, maledetti ladri>>.
    Tutti ridevano di me e qualcuno correva a casa impaurito. Arrivato al mercato, un giovane dal tetto gridò: << E' folle>>. Alzai la testa per guardarlo; per la prima volta il sole baciava il mio volto scoperto, e la mia anima ardeva d'amore per lui, e io non desideravo più maschere. Come ipnotizzato, gridai: <<Benedetti, benedetti siano i ladri che mi hanno rubato le maschere>>.
    Così diventai folle. E nella follia ho trovato sia libertà che sicurezza; la libertà di essere solo e in più la sicurezza del fatto di non essere capito, perchè chi ci capisce ci rende in qualche modo schiavi. Ma fate che non sia troppo della mia sicurezza. Persino un ladro in galera è al sicuro da un altro ladro.
     
    Il re saggio
     
    La lontana città di Wirani una volta era governata da un re temuto per la sua potenza e la sua saggezza. Ora in quella città esisteva un unico pozzo, dall'acqua fresca e cristallina, a cui attingevano tutti gli abitanti, re e cortigiani compresi. Una notte, mentre tutti dormivano, una strega arrivo in città e versando nel pozzo sette gocce di uno strano liquido, disse: <<Da questo momento chiunque beva quest'acqua impazzirà>>. Il giorno dopo ne bevvero tutti, tranne il re ed  il suo ciambellano e, come previsto dalla strega, diventarono matti. Nel corso della giornata per le strade e al mercato la gente non faceva altro che bisbigliare: <<Il re è matto. Sia lui che il suo ciambellano hanno perso la ragione. Non possiamo farci comandare da un re matto. Dev'essere deposto>>.
    A sera il re ordinò che gli fosse portato un calice d'oro riempito con l'acqua del pozzo: ne bevve a grandi sorsi e poi ne offrì al ciambellano.
    La lontana città di Wirani espresse allora il suo giubilo poichè sia il re che il ciambellano avevano riacquistato l'uso della ragione.
     
     
    Il Creatore
    February 13

    Vincerò!

    Si è vero è da molto tempo che non aggiorno, è infatti mi sono meravigliato quando oggi mi è arrivata la mail delle visite complessive della settimana e mi sono reso conto di aver avuto comunque sei visite nonostante il lungo silenzio. Come dissi nella mia ultima avevo intenzione di non pubblicare più in modo definito bensì casuale. Questo sopratutto per poter selezionare meglio gli argomenti da dover trattare. L'argomento di quest'intervento lo avevo deciso già da parecchio, ma non riuscivo a trovare le parole adatte per poterne parlare forse per l'imporatanza e la delicatezza che lo contraddistinguono: circa una settimana fa moriva il padre di un mio carissimo amico che per delicatezza non citerò, poichè chi lo conosce sa a chi mi riferisco. Purtroppo io non ho avuto la fortuna di conoscerlo ma mi ha addolorato lo stesso il fatto che sia venuto a mancare per tutta una serie di ragioni. La principale è senza dubbio il dolore che ha provocato in tutta la famiglia ed in particolare nel mio caro amico che, per come ne parlava con me, aveva una vera e propria adorazione per il suo genitore. In secondo luogo perchè mi sono reso conto de visu che con questa persona moriva un vero e proprio "galantuomo", come le persone che lo ha ricordato lo hanno definito più e più volte, e la morte di una tale genere di persona addolora sempre e comunque visto che purtroppo, ormai, di una tale categoria di persone se ne è perduto da tempo lo stampo anche se, fortunatamente, di tanto in tanto la nostra bella terra ce ne dona qualcuno come il padre del mio amico. Il titolo dell'intervento non è casuale. Esso è un riferimento alla cerimonia funebre durante la quale è stata cantata la celebre aria omonima che è stata centrata in pieno, a mio avviso, da chi l'ha scelta. Non solo dal punto di vista religioso, per chi ci crede, della vincita della vita sulla morte nel Cristo, ma anche, e soprattutto, perchè se morire cosi giovani è il prezzo da pagare per creare una famiglia cosi bella come quella del mio amico, dei figli che davvero sono lo specchio del padre, ed è quanto dire, e un mondo anche leggermente migliore attorno a te come sempre si sforzo di fare quest'ultimo superstite della stirpe reale dei galantuomini allora posso dire, senza tema d'errore, che il prezzo è più che equo e chi l'ha pagato è stato lo ha contratto se non a cuor leggero di sicuro senza troppi rimpianti.
    Amico mio sappi che ti sono vicino in questo momento cosi difficile e per quel poco che mi sarà possibile cercherò di alleviare il più possibile il dolore che ti attanaglia in questo momento.
    Dedico a te e a tuo padre questi versi:
     
    Mi senti? Provengo dal tuo passato.
    Mi vedi? Sono nel tuo futuro.
    Mi ascolti? Ti sono accanto nel dolore.
    Ogni sensazione non è casuale.
    Ogni sensazione è unica e irripetibile.
    Non gettare nel vento parole e gesti.
    Essi rappresentano te stesso e chi ti sta intorno.
    Lasciali andare nelle ore passate,
    e prova il piacere di riscoprirli in quelle future.
     
     
    Il Creatore
     
    January 04

    Annamaria

    Anche questa volta signori miei, sono stato costretto a saltare l'appuntamento. Questa volta, per le feste natalizie, mi sono concesso una pausa riflessiva, che mi ha dato la possibilità di riflettere sul fatto che forse ha ragione chi mi ha consigliato di pubblicare solo quando ne ho la possibilità e gli argomenti, senza cioè buttare li un argomento solo perchè devo mentenere la continuità, cosa che, molto probabilmente, si risolverebbe o nel trattare un argomento banale, o nel non trattare a dovere un argomento che magari meriterebbe più spazio. Decido quindi di non dare scadenze regolari ai miei lettori, pur con un po di rammarico, ma di lasciare al caso o all'ispirazione, la decisione di pubblicare o meno un nuovo intervento. Da questo momento in poi, quindi, gli aggiornamenti potranno avvenire tanto a distanza di giorni, quanto di mesi l'uno dall'altro, anche se cercherò sempre di non far passare troppo tempo senza dare mie nuove. Ora, siccome so che a qualcuno non passerà neanche per l'anticamera del cervello ciò che sto dicendo perchè magari mi segue senza troppo interesse o solo per farsi quattro risate ogni tanto, o qualcuno potrebbe rimanerci male che non ho messo nulla di troppo importante in questo intervento perchè magari mi segue con passione, accludo anche un racconto che è stato scritto in stretta collaborazione con l'autore del racconto "Pasquale" che ho pubblicato un paio di interventi fa. Spero che possa farvi piacere leggerlo e darmi un parere. Alla prossima che speriamo sia quanto prima!
     
     

    Anna Maria     

     

     

              Le avevo  chiesto di vederci  verso sera, dopo l'imbrunire. Agosto volgeva al termine; le ultime ore di quel giorno vissuto intensamente con lei al mare sembravano essere scivolate veloci, erano volate.

    Ci eravamo salutati verso le cinque del pomeriggio quando sulla spiaggia ormai erano restati pochi bagnanti .Con un  sorriso sibillino aveva allungato la mano per salutarmi. Non rispose alla mia richiesta. Tirata su. la borsa da mare che aveva momentaneamente lasciata a terra, mi guardò sorridendo sorniona, senza  aggiungere altro si voltò  e a passo piuttosto spedito si diresse verso l'albergo, dove alloggiava.

    Restai a guardarla per tutto il tempo . Prima di svoltare si girò verso di me. Alzò un braccio per salutarmi ancora. Poi scomparve dalla vista ed io restai sulla spiaggia , attonito, in attesa di qualcosa che rompesse la tristezza per la sua assenza.

     A testa bassa,vagai per un buon tratto della spiaggia, fantasticando  e immaginando    promettenti aspettative                                                                                                                                                                                                                                                                                                                

     Volsi lo sguardo verso le colline: vi dominava il verde cupo inframmezzato qua e là da intense macchie  nerastre.

    Si affacciò alla mente un ambiguo dubbio: come andranno le cose?  Come andrà nelle prossime ore?   Con i colori del placido tramonto o con quelli poco entusiasmanti della collina?

    Una   turba di vocianti giovinastri irretiti dalle ammiccanti smorfie  di provocanti ragazzotte, blateravano, sonore e fastidiose blasfemie, da basso tenore lupercale. Si dissolsero nel crepuscolo della sera e la spiaggia fu avvolta dalla quiete rotta dal ritmato ma lento sciabordio delle onde che con lieve e grazioso movimento accarezzavano la spiaggia.                                                           

     

    Dalla parte nord del tratto di costa dove la collina presentava un sostenuto gruppo di roccia apparvero le prime luci: erano quelle del Cottage che faceva da bar e da Dancing

    Mi incamminai, pensoso, a testa bassa prefigurandomi ore, a venire , liete e promettenti. Sopravvenne, d'un tratto uno stuolo di ricordi: Benedetto passato! Sempre tra le gambe! Luoghi, persone , fatti, con relativa assordante colonna sonora.

     

      

    L'Università.  Il diritto amministrativo. - Che dici, Mele,   ce la faremo?...Dai! Vediamo se riusciamo a fare per lo meno una ventina di pagine.

    Devo farti ascoltare la registrazione di ieri sera. Mario Ardimento e Rafael. Senti! Senti che roba!

    Tu che dici? Questo diritto Amministrativo , ce lo facciamo o lo rimandiamo a Pasqua?

    Troppo bello.

     

    Arnaldo carissimo. Hai notizie del Mele. Ne sai qualcosa? E' scomparso

     Mele è a Milano. Ha raggiunto la Elsa. Non so altro

     

    Filippo   bello, che facciamo stasera? Ci vogliamo fare qualche oretta di studio?

    Ciccio, ho conosciuto una ragazza, ti dico, la fine del mondo:ma tu forse la conosci . E' figlia del nuovo maresciallo. Ha anche una sorella. Te la farò conoscere

    Che storia! Che sinfonia

     

    Tu guardi le altre donne

    Ma che dici?

    Sei un disgraziato!

    Senti! E' meglio finirla lì e non ne parliamo più.

     

    La mia laurea. Fine di un tormento. Una mia zia mi regalò una bottiglia di liquore

     

    Darsi all'avvocatura? Concorsi.

     

    Ennesimo litigio cruciale con la mia beneamata.

     

    La lettera con cui chiedevo aiuto al Mele

    Caro, sto solo, inguaiato e non so cosa fare. Suggeriscimi!

    La sollecita risposta: raggiungimi subito a Milano. Muoviti! Ti spiegherò tutto all'arrivo.

     

    Lavoriamo insieme con Alleanza Assicurazioni Quarantamila al mese, più le provvigioni su ogni contratto.

    E come si fanno questi contratti?

    Ti spiegherà tutto il "Leone", un amico simpaticissimo . Mi ha aiutato molto. Aiuterà anche te.

     

    Discussione con Mele sulla via principale del paese. Camminiamo sottobraccio. Non ci accorgiamo che ci siamo portati proprio nel mezzo della strada.

    "Scusino, lor signori credono di essere nel salotto di casa propria?"

    "Dice a noi? "

    E' un vigile.

    "I signori vogliono accomodarsi sul marciapiedi o elevo contravvenzione ?"

    "Gesù, ma questo è scemo!"

    "Orcogiuda, mi ero dimenticato. Qui, due che vanno sottobraccio sono considerati ricchioni."

    Ci scusi tanto! Eravamo distratti." Mele si stacca dal mio braccio.

     

    Con i contratti non si batteva chiodo. Il capo agenzia decise di spedirmi a Milano.

    Peggio che andar di notte.

     

     Il  mio trasferimento a Milano fu ancora più disastroso. Passò qualche mese. Decisi di porre fine alla storia

     

    ."Mi perdoni ,dottor X, mi sa che non è un lavoro per me: non riesco. D'altra parte, lei capisce. Essersi laureato  .....E finire a vendere polizze, mi sembra un pò buttare le fatiche alle ortiche, non le pare? Cè tuttavia un problema che spero lei vorrà gentilmente risolvermi. Sono debitore della somma di lire 10.000 nei confronti della sua agenzia e attualmente non sono in grado di   risolvere il mio debito."

    "Non si preoccupi affatto, per questo. Facciamo così. Consideriamo il suo dovuto come titolo di liquidazione a suo favore, le va bene così?"

    "Lei e' estremamente, gentile e la ringrazio di tanto."

    Solo, in una città  Cosa fare.? Dove andare?.Mi assalì lo sgomento

     

    Al distretto militare di via Mascheroni

    Scusi,potrei parlare  col Tenente , mio fratello........E' in amministrazione

    Ah, ho capito!  Al primo piano. Il primo ufficio sulla destra

     

    Mio fratello aveva lasciato, al paese, una situazione alquanto ingarbugliata. Fidanzato da circa sei anni con la Enza, cugina di primo grado aveva gestito la faccenda con estrema leggerezza. Le rade visite avevano il fine di far capire che non voleva più saperne.

    Non si decideva però, a definire la sua posizione. Avevo il compito di chiarire con lui ogni cosa e porre eventualmente fine ad una situazione che col tempo stava profilandosi scabrosa.

     

    "Allora, vuoi dirmi una buona volta per tutte, cosa hai deciso di fare, in merito?"

    "Della faccenda, non ne voglio più sentire. Voi l'avete messa sù e voi la dovete sbrogliare."

    "E tu fai passare sei anni, per maturare una decisione del genere! E con la figlia di tuo zio.Non te ne vergogni?"

    "Te lo ripeto e te lo ridico. La cosa non mi riguarda più."

     

    Il Natale di quello stesso anno, scesi al paese: aggiornai mia sorella Rosetta della decisione del nostro  insipido fratello.

    Una tragedia ! Si intrecciarono temi degni delle trame di Eschilo, Sofocle ed Euripide.

    Seguirono reazioni di ogni tipo da parte di mia zia, madre dell'abbandonata e non sedotta figlia.

     

    Ritorno a  Milano. Mio fratello si presenta a casa mia con una ragazza

     

    "Siamo solo amici , sai!"

    "E a me cosa vuoi che importi."

    "Voglio dire...non siamo fidanzati"

    "Ah! Capisco....perchè tu sai, vero, te lo avrà detto mio fratello che ha una storia con una nostra cugina da ben sei anni."

    "Ma la cosa non mi riguarda. Siamo solo amici. A proposito! Mi faresti il favore di sostituirmi per tutto  Agosto in un Istituto privato. Il mensile non è male."

    "Altro che!  Ci vado immediatamente"

     

    La scuola.  Nomina annuale alla   " Breda- Istituto tecnico"   Chi l'avrebbe detto!

     

    Mele veniva spesso a trovarmi a Milano. Aveva trovato lavoro in città. Faceva il pendolare .

    Spesso rientravamo assieme ad Abbiategrasso ed io mi fermavo a dormire da lui. A volte, tempo permettendo , si organizzava pranzo o cena con tutti i fratelli della Elsa, tra cui notai  Annamaria . Avevo un ricordo del tutto diverso della sua figura. La  ricordavo un'adolescente, alta circa un metro. Una ragazzina,insomma. Mi sorprese .  Ora si presentava tanto diversa.

    Alta ,ben fatta, sorridente, solare.... E sopratutto, una donna.

    Mele attraversò cattive vicissitudini. Lavoricchiava a Milano da qualche parte e ciò ci permetteva di vederci quasi tutti i giorni.

    Ci trovavamo nei weekend a casa sua in Abbiategrasso. La cosa mi consolava molto perchè dava idea che si fosse ricostituito il nostro ambiente paesano. Ci si trovava con tutta la famiglia della Elsa ora a pranzo, ora a cena.

    Un bel periodo. Una bella stagione.

    Non riuscivo a ricordare in quali circostanze ed in che modo avessi  attaccato con Annamaria. Ci vedevamo. Lei lavorava a Milano e ci si incontrava. Mi piaceva sentire la sua voce: marcata, decisa, con accento nordico, composta.

     

    Nell'agosto Mele andò a trascorrere le ferie a Scauri. Portò con sè Annamaria.

    Io ero ospite di mia sorella Rosetta in un appartamento della stessa cittadina. Di sera ,ovviamente , mi recavo dal Mele..................

    Quale ricordo Anna maria aveva conservato dei nostri incontri a Milano?.

    Fu l'ultimo pensiero nel mio peregrinare sulla spiaggia nella sera inoltrata.

    Verrà? Cosa le dirò?

    Fu con queste due domande che continuai a tirare avanti sino alla fine della spiaggia, o meglio, dove io dovevo fermarmi per non rischiare di far tardi per l’ora di cena che, presso il Mele, avveniva nel più settentrionale orario possibile.

    Passai prima da mia sorella per darmi una sciacquata e rendermi almeno presentabile, ma Rosetta dovette capire subito, non so attraverso quale sibillina premonizione, che quella non sarebbe stata una serata come le altre, tanto che mi stirò ciò che dovevo indossare con particolare cura e meticolosità e senza chiedermi per che ora sarei tornato, lasciandomi addirittura le chiavi di casa con un laconico ma affettuoso: ”Statte accorto!”

    In quel momento, senza sapere perché, mi sentii quasi in colpa, quasi come se stessi sfruttando il forte amore, della mia cara sorella nei miei confronti, in modo indegno! Ma ci pensò subito un suo dolce, tranquillizzante sorriso a farmi cambiare idea e a farmi andar via sereno.

    Fuori del portone, giro l’angolo che dava sulla strada che portava a casa del Mele e mi trovo di faccia l’ultima persona che mi sarei aspettato di trovarci: lei, bellissima con quei suoi capelli scuri che le incorniciavano il viso, soprattutto quei suoi bellissimi e penetranti occhi verdi, tirati indietro, con un vestito azzurro e rosa che le metteva in risalto le forme, in particolare il seno, quel seno piccolo ma incredibilmente grazioso. “Era ora! Stavo quasi per andar via!” disse lei con un tono a metà tra il seccato e il divertito. “Ma… io sinceramente… non mi aspettavo di trovarti qui!” “Ma come?” mi dice lei in tono scherzosamente offeso “Solo un paio d’ore fa mi hai chiesto se volevamo vederci verso il tramonto e già non te ne ricordi più? Sei un bel cafone sai?” “No, perdonami, non è che abbia dimenticato; è che mi hai lasciato così… solo lì sulla spiaggia senza dire nulla e ho pensato che fosse un no” “Tu pensi troppo! E sempre nel modo sbagliato! Non sai che chi tace acconsente?” Io rimasi lì, impietrito, senza sapere cosa fare o rispondere, e credo di aver assunto un espressione ridicola in volto, perché, dopo qualche secondo di silenzio, Annamaria scoppio a ridere di gusto, ma senza cattiveria, tanto che dopo un po’ scoppiai anch’io a ridere senza capirne il motivo, come contagiato da un incredibile senso di gioia esterno a me. Continuammo a ridere a lungo, forse, felici entrambi di aver superato efficacemente una barriera formale che ci divideva e adesso ci sentivamo più liberi entrambi, o almeno io, di esprimere i sentimenti che erano nell’animo. “ Allora Franco mi hai invitata qui, solo per farmi ridere o hai qualche programma per questa sera?” “ Programma come programma non proprio visto che mi hai colto totalmente alla sprovvista! Comunque che ne pensi di andare a fare quattro salti al cottage sulla costa? Poi magari quando ne abbiamo abbastanza della pista ci inventiamo qualcos’altro, ti va?” “Ah, per me va benissimo ma tu non eri a cena dal Mele stasera?” come se un peso di due quintali mi si fosse piombato tra capo e collo, torno bruscamente coi piedi per terra e me ne ricordo: “Orco giuda è vero! Me ne ero dimenticato!”  Ma lei con un sorriso sornione e con l’aria di chi la sa molto più lunga di te, mi risponde calma e serafica “Non ti preoccupare, ci ho pensato io ad avvertire mia sorella che stasera uscivamo insieme! Mi ha fatto un po’ di storie lì per li, ma alla fine l’ho convinta!” tiro un sospiro di sollievo e il macigno si dissolve “Menomale! Mi sarebbe alquanto dispiaciuto far brutta figura col Mele!”

    Così parlando del più e del meno, una chiacchiera qui ed una la arrivammo allo chalet dove, guarda caso, proprio quella sera era in programma una serata di soli lenti e, casualità o meno a parte, fu decisamente una manna dal cielo l’andar li, perché stranamente sembrava che la lingua mi si fosse totalmente attaccata al palato, come se avessi ingurgitato un intera confezione di colla e un lento era proprio ciò che ci voleva per incoraggiarmi: “Ci buttiamo subito in pista sulla terrazza o preferisci prendere qualcosa dentro, al bancone?” le domando con fare da gigolo da tre soldi. Lei prima mi ignora poi mi prende forte per mano e mi trascina in pista dicendo “Questa è magnifica, vieni andiamo a ballare” Nel giro di pochi istanti mi ritrovai a ballare un appassionato lento con lei, il suo morbido seno contro il mio petto dove, come ballando una sostenuta rumba, il mio cuore batteva all’impazzata. Dopo poco, tuttavia, tentai di divincolarmi un poco dalla sua stretta, un po’ per il caldo, un po’ perché avevo vergogna che lei potesse accorgersi di quanto stava accadendo nel basso ventre, all’interno dei pantaloni, ma senza risultato. Sembrava che fossimo stati scolpiti insieme nel marmo, stile “Apollo e Dafne” del Canova!

    “Cos’è sei già stanco?” mi chiede lei con un sorrisetto malizioso. Si era accorta di quanto cercavo di tenerle nascosto. “ No, no, è che fa alquanto caldo stasera non trovi?” “Caldo? Anzi a me sembrava che l’aria cominciasse a farsi fresca!” “ Se vuoi ti cedo il mio pullover, tanto non ne sento affatto il bisogno” cosi dicendo mi sfilai la maglia e gliela cedetti. Lei se la infilò e, per ringraziarmi mi sfiorò la guancia destra con un bacio mormorando un sommesso e dolcissimo “Grazie”.

    Continuammo a danzare tutta la sera perdendo il senso del tempo sia cronologico che dei passi, ma non importava, eravamo entrambi li, ma da tutt’altra parte erano i nostri pensieri. Immersi in una pace angelica, ormai le nostre orecchie erano totalmente ovattate ed estranee a qualunque suono che non fosse il battito dei nostri cuori che ormai erano totalmente isocroni nella loro aritmia.

    La luna era ormai già molto alta, quando decidemmo di fermarci e andarci a godere il profumo notturno della brezza marina in riva al mare. Ci avviammo verso la scaletta che dalla terrazza portava alla spiaggia, ne discendemmo e andammo verso la riva. Il cielo limpido con una luna maestosa si rifletteva nell’acqua nera davanti a noi. Ci distendemmo sulla sabbia e, abbracciati, cominciammo a cercare le costellazioni vedendo chi dei due riusciva a trovarne di più “Guarda, l’orsa maggiore, quella minore e Orione” facevo io “Li invece ci sono il cancro e l’acquario” rispondeva lei. Ad un certo punto, come marionette manovrate da invisibili fili, ci guardammo negli occhi e…. Fu un lunghissimo istante in cui fummo una cosa sola. Feci scivolare la mano sul suo seno che vibrava sotto le mie dita ma, forse per paura o Dio solo sa cos’altro, non ebbi il coraggio di andare oltre ma fu tuttavia stupendo il rimanere li stretti l’uno all’altra senza parlare e ascoltando il rumore delle onde.

    Dopo poco, o meglio, dopo un certo periodo di tempo che io ritenni essere brevissimo, lei si divincolò, guardò l’orologio e disse: “Franco perdonami ma devo proprio andar via altrimenti rischio di rimanere chiusa fuori dall’albergo.” Io, cercando di camuffare la delusione, risposi: “ Non ti preoccupare adesso ti riaccompagno.” Per tutta la strada stemmo stretti abbracciati e senza parlare, come per paura che potessimo svegliarci da un sogno illusorio. Arrivati sotto l’albergo, lei mi abbracciò stretto per diversi minuti poi mi baciò e disse: “Franco ti ringrazio per questa magnifica serata, domani partirò più felice” “Come partirai? Ma non vai via col Mele e tua sorella?” dissi io con la morte nel cuore “Purtroppo no, dopodomani riprendo a lavorare e devo andar via prima.” rispose lei “Capisco” “Beh allora buonanotte” si avviò verso l’ingresso dell’albergo poi si fermò si sfilò il mio pullover e torno indietro a restituirmelo gettandosi, con un ultimo bacio, tra le mie braccia e andando via mormorando un tristissimo “Ciao”.

    Io mi avviai, nella strada semibuia e deserta, verso casa con quel pullover intriso del suo conturbante profumo come unico ricordo di quella strana e magica serata.

     

     

    Il Creatore

    December 09

    Immagini dalla mente

    Anche questa settimana ho ritardato! Mea culpa mea culpa! Purtroppo, miei cari lettori, mi sono reso conto che con l'incalzare dei doveri accademici, il tempo da dedicare ai miei doveri editoriali si è assottigliato notevolmente! Ho deciso, pertanto, di passare dall'edizione settimanale, a quella bisettimanale, cercando di raggranellare quanto più tempo è possibile per espletare a dovere le tematiche migliori.
    Questa volta vorrei proporvi, tra gli album fotografici, alcuni disegni di un artista alle prime armi, i cui lavori, però, presentano, in alcuni casi, un notevole spessore di natura introspettiva. Proprio da ciò deriva il titolo che ho dato a quest'intervento.
    Sono disegni, schizzi, abbozzi ma presentano indubbiamente la necessità di espressione che accompagnano i forti stati d'animo cui un animo sensibile, tipico dell'artista, è sottoposto.
    Noterete, infatti, la ricorrenza di alcuni temi, simbologie di determinate emozioni, in uno o più disegni, e l'evoluzione del tratto che vi è da un disegno all'altro.
    Questa volta più che mai vi invito a lasciare dei commenti, in quanto serviranno anche all'autore decidere se prendere sul serio questa sua passione o lasciare che rimanga semplicemente uno sfogo emotivo.
    Da oggi in poi, periodicamente continuerò a pubblicare altri disegni dell'autore, anche per dare un ulteriore tocco di artisticità, a questo remoto angolo culturale del web.
    L'artista, Pierluigi Sommella, potrà essere eventualmente contattato tramite questo spazio, e ringrazia tutti coloro che, nel bene e nel male daranno il proprio parere sulle sue opere.
     
     
    Chiudo con un verso di una famosissima canzone di Battisti che recita: "tu chiamale se vuoi...emozioni!"
     
     P.s. il titolo dell'album e dei vari schizzi, sono dell'autore medesimo.
     
     
     
     
     
    Il Creatore
    November 21

    Pasquale

    Devo chiedere scusa, signori miei, se purtroppo ho mancato al settimanale appuntamento con l'aggiornamento del mio blog. Purtroppo ho avuto un po di problemi sia con l'incalzante ritmo dello studio, sia per motivi strettamente tecnici che non mi hanno permesso di cambiare la frase sul mio contatto msn(che, per chi non se ne fosse accorto o non lo sapesse, cambia ad ogni aggiornamento).Tuttavia eccomi di nuovo qui a condividere con voi "ciò che per il pensier mi passa"  o, per meglio dire, " chell' che me pass' p''a cap'".
    Devo ammettere tuttavia che questo ritardo ha avuto ottimi risultati, dando, fino all'ultimo, la possibilità di leggere ed eventualmente commentare il mio ultimo intervento con relativo appello al mio carissimo amico Corrado Santamaria che, devo dire, è stato un successone, facendo connettere ben diciotto persone nelle poche ore successive alla sua pubblicazione, e portando molti più commenti di quanti non ne avessi ricevuti in passato.
    Colgo, inoltre, l'occasione per ringraziare tutti coloro che hanno lasciato un commento sul caso di Corrado, in particolare tale Fabio che, nonostante a me del tutto sconosciuto, ha comunque sentito in dovere di dire la sua.
    Ma tornando a noi questa volta voglio proporvi un racconto, non mio ma di una persona a me molto cara il cui nome troverete, se vi interessa, in fondo al racconto.
    Questo racconto, che in un primo momento può suscitare ilarità, anche per i suoi florilegi di termini in vernacolo, non va comunque visto solo in tal senso. Esso può essere considerato uno spaccato di un epoca che ormai non è più, ma che ci è comuque appartenuta e che fa parte della nostra, cultura nel bene e nel male.
    E' la cultura dei nostri nonni, bisnonni etc. che ci hanno lasciato non una semplice tradizione, ma addirittura dei modi di vivere, cose che ci permettono di sopravvivere con un minimo di romanticismo di bei tempi passati in quest'epoca di barbarie ed insensibilità!
     

    Pasquale

     

    Pasquale si destò all'improvviso, tutto sudato. Con gli occhi sbarrati, schizzò da sotto le coperte e, come un automa, si sedette sulla sponda del letto.

    - Mannaggia 'a Madonna!- Fu l'imprecazione, a suo avviso, più rispondente allo stato d'animo del momento; e poiché in frangenti cruciali, trovava unica ancora di salvezza nella taumaturga Vergine di Pompei, corresse l'imprecazione  con rinvigorita veemenza: -Managgia 'a  Madonna 'i  Pompei !-

    A rivoli il sudore, dalla fronte grinzosa e screpolata,scendeva lungo il collo taurino; gli inondava le giugulari e dopo veloce decorso, come fiume al delta, andava a perdersi nel folto vello che, intricato, si stendeva lungo il petto. Trasalì. Si abbandonò al terrore, allorché, volto lo sguardo, fu colpito dal terrificante aspetto del suo volto riflesso nello specchio dell'anta destra dello sconnesso armadio. Si "attrassò". Il sangue gli salì agli occhi e sembrava volesse venir fuori, come  torrente impetuoso, dai capillari gonfi. Ebbe il tempo di pensare che l'incubo che lo aveva travagliato per tutta la notte, lo aveva ridotto uno straccio,. una "petaccia".

    In tragica e chiara successione, le scene apocalittiche dell'incubo infame si snodavano una dopo l'altra, assassinamente reali.

    - Quella zoccola!- Fu una delle più lievi considerazioni e ritenendo opportuno estendere giusta ingiuria  ai pur defunti ascendenti  diretti    della destinataria consorte, corresse - Tu e quella zoccola di tua madre e di tua sorella -

    Le scene, con gusto vigliacco, gli  ballavano insistenti davanti agli occhi, sciorinandosi come "mappine " sporche, e là, sullo specchio, come su di uno schermo insultante, saltellavano, cattive e lo.....colpivano con la pesantezza di un maglio di fonderia.

    - Mamma della saletta, che mal di capo....Forse teng’ ‘a freva.- Commentò Pasquale.

     Febbre terzana lo pervase, allorché  gli si presentò la scena madre  che implacabile scorreva sullo specchio.

       Sua moglie, la druda, faceva le "schifezze", ovvero, faceva la zoccola , con un Marocchino.

    Virtualità  o realtà, Pasquale non intendeva differenza. Gli prese una"nziria" ma una "nziria" da reparto speciale neuro deliri, che faceva impressione.

    Richiamò con voluttuoso piacere  il ricordo del primo dopoguerra, quando, con i figli di Catarina di Priore, ed altrettanto validi "badil men" del Montano, partecipò a sfracellare a sangue una torma di Marocchini, per loro buona ventura, solo di transito, al seguito e in appoggio dell'Ottava armata americana di liberazione.

     I convulsi e oltraggiosi commenti del Pasquale, incallito peccatore e blasfemo, facevano da colonna sonora al film "hardcore".

     -  Mannaggia il colera di chi ti è morto....! Guarda questa zoccola che cosa era capace di fare ! Questa stuppola di cesso.....! Ma quando mai ti sei sognata di saper fare queste zozzimmerie?

    Inesorabile il "clou" della scena : Mmaculata, con vezzo di odalisca scaltra, lasciava cadere, con espressione di malizia sul volto, l'estremo settimo velo, mostrando oscene nudità. A tale nefandezza Pasquale non resse. Una crescente  ed incalzante aritmia cardiaca lo preoccupò e non poco. I battiti cardiaci si intensificarono fino a somigliare al serrato rimbombo delle cannonate, all'assedio dell' "Alcazar".

    Mamma della Misericordia !- invocò Pasquale.

    Si abbatté come un toro "molinos", sfiancato dalle picche, sul cuscino di destra, su cui era colato a litri, il sudore. Tentò un urlo di aiuto che gli restò tuttavia, per metà nella strozza.

      - Mmacula'....!!!!!!-  Poi il silenzio. 

    Ignara di ogni cosa, Mmaculata, in cucina, spiattellava. L'ambiente, trucido, di primo acchitto era definibile una vera e propria schifezza, del tipo bettola da basso Medioevo. La sera prima, Mmaculata aveva fatto pasta e cavolfiori  e per secondo, i " friarielli" con la salsiccia, quella a punta di coltello. Pentole, tiane, tianielli, casseruole, piatti fondi, lisci, bicchieri, a iosa, e in un angolo persino un "tummolo" con ancora delle olive verdi che galleggiavano in un equivoco liquido brunastro. C'era stata battaglia, quella sera.  I commensali, tra cui  Tatonno 'o scarafone, noto "zezo" del paese,aizzati dai ripetuti inviti di Pasquale, avevano dato fondo ad una damigiana di "Asprigno di Aversa", di quarantacinque litri. Per ultimo, per "dessert", per mettere una sopponta alle copiose libagioni, si erano "aizato" quasi tutto il tummolo di olive verdi, dolcissime, lavorate a calce.

    Mmacolata, con addosso il "mantesino", unto e bisunto, assorta, era al sessantesimo piatto. Lavava le stoviglie con  la " vrora". Pasquale era nemico acerrimo dei detersivi in polvere o liquidi - Fanno venire la rogna - Giustificava

    Mmaculata, lavava e pensava. Pensava a ciò che era stata  la sua vita, fino ad allora una autentica "monnezza"

    Il passatempo dominante, giornaliero, era nelle mani di Pasquale e, canonico, sempre lo stesso. A scadenza precisa, ogni notte, tra le due e le tre, Pasquale si "scetava". Senza preamboli, "scommigliava" l'infelice consorte, le zompava addosso, come un forsennato, dando luogo ad uno "zughetezù", incessante e spossante, della durata non inferiore alle due ore.

    Mmaculata reggeva bene. A volte, non se ne accorgeva nemmeno. Talvolta era l'ansimare di Pasquale, nel finale della "aizata" che la svegliava. Poche volte Mmaculata riusciva a realizzare  che l'assatanato Pasquale la  rendeva "un'ora di notte" ovvero, peggio di Madama Chichierchia, quando fu, con suo godimento, violentata dallo scemo del paese.

    Lavava e pensava. Era Domenica. A mezzogiorno si sarebbe incontrata con Clementina, per la Messa di mezzogiorno. Era l'altro diversivo, quello settimanale.

    Mmaculata, verosimilmente,dal punto di vista dello "Chassis", risultava, a definirla localmente, un "commò a sei cassetti con lo specchio”. Il seno, o meglio, le"zizze", come vezzeggiava, commosso Pasquale, in vena di complimenti, cadevano a pasta di fornaio. La testa si imparentava con quella del Minotauro. Arricchita da una selva incolta di capelli color corvino, oleosi, come vermicelli al sugo di seppia, spesso, serviva da strofinaccio.

    Era vezzo di Mmaculata passarsi le mani unte nei capelli. A volte se ne serviva, per pulire la lama del coltello col quale poco prima aveva pulito il pesce. Girava per casa in pantofole di pezza. Di scarpe ne vedeva poche, vuoi per la "sarda secca" che regnava in casa, vuoi per la difficoltà di rimediare un sostenuto quarantasei, a prova di callo. Come fondoschiena, non scarseggiava. Aveva in varie occasioni sfrantumato parecchie sedie, che pure erano di faggio, fatte a mano dai valenti locali "seggiarellari". Il quintale e venti di Mmaculata ebbe la meglio anche dell'unica poltrona arrivata in casa non si sa come.

    Stava riponendo uno "stagnariciello", quando la distolse una sorte di sordo mugolio. Non si decideva nell'interpretare la natura dell'equivoco suono. Un gatto stitico che cercava di liberarsi del superfluo!? Lo smorzato guaito di un cane.....Lo squittio di una faina. Cessò ogni movimento e tese orecchio

    IIIIIIIHHHHHHHHHH.............UUUUUUUUUUUUHHHHHHHHHHHHH

    Mmaculata intuì che quel verso veniva dal tugurio, dove era il giaciglio, campo di tante battaglie notturne. Si portò verso il "paglione", vide Pasquale e trasalì. Pasquale la guatava con occhi iniettati di sangue. Mmaculata interpretò la cosa come una nuova idea di iniziare il rito dell'amore. Eppure, erano le nove del mattino.

    Si buttò addosso a Pasquale con tutto il suo gravame del quintale e venti. Una "zizza" occluse la bocca dello sciagurato consorte, nonché mezzo viso e parte del collo. Immedesimandosi nella  parte,  Mmaculata  con voce sdolcinata e voluttuosa, bisbigliò- Ahhhh, Pascà...Tu me fai murì, a me!-

    Pasquale si sentì perduto. Mmaculata si dimenava tutta, con l'ardore di una giovenca in calore.

    Pasquale ebbe la forza di afferrarla per i capelli, liberandosi del seno invadente. Solo allora si accorse, Mmaculata, che Pasquale aveva la schiuma alla bocca  Si ritrasse. Ne approfittò Pasquale. Le puntò l'indice della mano destra e farfugliò l'ultima cazziata accusatoria : Zoccola! Tutto per colpa tua-.

    Restò rigido con la mano a mezz'aria, la schiuma alla bocca, l'occhio sbarrato e la bocca semiaperta, come se avesse voluto formulare un sostenuto bestemmione.

                                                                                                                                 

      Franco di Socio

     

    Voglio concludere con una bellissima frase che mi sembra adatta al momento e che recita:

    "La tradizione non nasce dal nulla e il passato non si cancella,

    al massimo si impolvera.

    Ricompare ogni volta che una ventata di modernità

    si ripromette di spazzare via tutto!"

     

     

    Il Creatore

    P.s. mi scuso con eventuali lettori che non dovessero capire alcune o tutte le espressioni in vernacolo, o dovessero ritenersi offese da queste. Mi impegno a chiarire o scusarmi ulteriormente, nel caso me ne venga fatta richiesta in un eventuale commento.

    November 04

    Amore amore

    Negli ultimi giorni mi stavo scervellando nel pensare come aggiornare il blog, se con un aggiornamento dalla facoltà di psicologia, o con la descrizione della magnifica giornata passata a gaeta il primo novembre. Alla fine, però, ho deciso di usare questo aggiornamento, per rispondere al silente "appello" che un mio carissimo amico ha mandato dal suo blog. Sto parlando, per chi di voi lettori dovesse conoscerlo, di Corrado Santamaria. Costui è una persona eccezionale, e non solo per la sua eccentricità, ma anche, e soprattutto, per la grandezza d'animo, a cui un luttuoso evento passato e la sua sconfinata cultura hanno dato luogo.
    E' realmente, come lui spesso si autodefinisce in modo ironico, "un essere di pura luce"; ma purtroppo anche gli esseri superiori talvolta dimostrano tutti i limiti della realtà umana. Il mio povero e sfortunato amico è incappato in una delle cose più terribili per coloro, che come lui, vivono in un iperuranio del tutto personale: si è innamorato!
    Per quanto il sottoscritto abbia sempre visto l'amore in modo del tutto stilnovista, patendo con stoica "gioia" anche le pene d'amore più forti, non augurerei mai a nessuno di provare ciò che si sente nel profondo del proprio animo quando non si è corrisposti da colei che si considera essere l'unica donna della nostra vita. Neanche sforzandosi con tutta la sua fantasia, chi non l'ha mai provato, potrebbe capire, me, e quelli come me, che invece l'hanno provato sulla propria pelle, posso capire fine in fondo ciò che si agita nei meandri più nascosti della complessa psiche del mio caro amico.
    Corrado è, come dicevo prima, una persona davvero speciale. Anche conoscendolo a fondo, si potrebbe rimanere si sasso da un'azione che non attribuiremmo mai alla sua persona. Cosa che è avvenuta non più tardi di una settimana fa. Quando mi parlò per la prima volta del problema, io ovviamente gli consigliai subito di mettere le cose in chiare, onde evitare di complicare maggiormente le cose, ma mai mi sarei aspettato che lo facesse sul serio. Devo ammettere che quando me lo ha rivelato, sono rimasto profondamente, ma piacevolmente, stupito.
    Ma ciò che maggiormente mi ha lasciato senza parole è stata la reazione che la ragazza in questione, ha avuto nei confronti del caro Corrado. Di punto in bianco, e senza alcuna ragione apparentemente valida, costei chiude le trasmissioni e non si fa più sentire, adducendo la colpa ad una rabbia nei confronti di colui che aveva avuto il coraggio, non indifferente ve lo posso assicurare, di disciogliere il suo cuore e farne scaturiere i propri sentimenti, in modo del tutto sincero. A quanto pare la chiarezza, almeno in questo caso, non è virtù!
    Tuttavia io mi vorrei appellare al cuore di questa ragazza, cercando, non di volerla a tutti i costi convincere a dare luogo ad una relazione, ma semplicemente che persone come Corrado Santamaria, difficilmente ne incontrerà ancora sul suo cammino. Fortunatamente o sfortunatamente questo lascio deciderlo a lei, ma una cosa le chiedo, penso a nome di tutti coloro che conoscono questo amico di tutti: sii sincera, ma non far soffrire ulteriormente una persona che non ha bisogno di altri problemi e dolori per poter andare avanti!
    Mio caro amico, spero che, nel mio piccolo, possa esserti stato d'aiuto e ti dedico una mia lirica in vernacolo, cehe penso potrai sentire vicina al tuo stato d'animo:
     

    Riflessioni sul disegno di una donna senza volto

     

    Femmena:

    senza faccia, senza voce, senza niente,

    pittata, ‘nfaccia a ‘na culonna.

    Si ‘na femmena comm’ a’ ‘n’ata,

    comme a tanta ce ne stann’,

    ca si pure nun so pittate,

    nun ‘e tenene ‘e parole, nun ‘o sann’ che penzà.

     

    Si però tu tante ne presient’,

    una sola a me m’n’arricuord’.

     

    ‘E chest’, però, so io a nu’ tenè faccia,

    a nu’ tenè’ voce, a nu’ tenè’ nient’;

    sultanto nu penziero teng’ arreto

    penzanno a essa ch’è luntana:

    che l’ammore, pure ,c’‘a luntananza,

    nu’more, nun se stanca.

     

    Quanta vote aggio penzato ca sultanto nu scervellato

    putess ancora fa, comm sto facenn io, pe chist ammore ca.

    Ce penzo, rinuncio ma po capisco ca sto sultanto a pazzia!

    Addo a trovo n’ata comm a essa ca sultanto

    cu nu sguardo, te leva tutt’ e penziere e nun ‘ea cchiù parlà.

     

    Perciò l’ammore nuost’ è comm a nu dipinto,

    nun ‘o sient’, nun ce parl’ e nun u tuocc.

     

    Però, comm’ a nu dipinto, capisce che vo’ dicere,

    pecchè ‘o core si se vo fa sentere pecchè e te vo parlà,

    nun tene bisogno, crideme, e parla!

     

     

    Per chiudere vorrei citare delle parole di Roberto De Simone, tratte dalla commedia "La gatta Cenerentola": 

     

    "Ma io credo ca pe' sta' bbuono a stu munno

      o tutte ll'uommene avarriano a' essere femmene

      o tutt' 'e femmene avarriano a' essere uommene

      o nun ce avarriano a' essere

      né uommene e ne femmene

      pe' fa' tutta na vita cuieta...

      ...e haggio ritto bbuono!"

     

     

    Il Creatore

    October 24

    Singultando in silenzio

    Stavolta, vorrei proporvi un mio lavoro personale, non in prosa ma, se cosi si può dire, in versi.
    Sono versi sciolti, che sono quelli che io prediligo in quanto permettono, a mio avviso, di soffermarsi meglio sul significato delle parole più che non sul suono in se e per se. Ovviamente è una mia opinione che va presa con le pinze e che si basa su pura esperienza personale.
    Tema del brano è l'indifferenza, l'indifferenza che purtroppo, in modo più o meno volontario, ci colpisce facendo di noi più dei calcolatori più che degli esseri pensanti. Non voglio fare qui propaganda ad un mero senso di buonismo o più in generale alla cumpatio cristiana, voglio semplicemente dire che molto spesso ci capita di dare per scontate tutta una serie di cose, più o meno banali, che se prese sotto una certa ottica possono risultare tutt'altro che insignificanti. Un sentimento che purtroppo  viene troppo spesso svilito, è, ad esempio, l'amore. Badate bene, non l'amore inteso in senso puramente platonico, che di per sè è stato comunque traviato e sarà oggetto di un altro mio intervento, ma l'amore inteso in senso strettamente fisico. Qualcuno potrà obiettare che l'atto fisico non è un sentimento. Invece no, è prorpio un sentimento, un sentimento di fiducia che i due amanti ripongono l'uno nell'altro. Ma non divaghiamo, anche questo sarà oggetto di un prossimo intervento!
    Tornando al discorso indifferenza è proprio questo che cerco di spiegare, ormai ci sono alcune cose che, siccome ci vengono proposte in modo così massicio, ed erroneo, dai media o chi per loro, abbiamo dimenticato come valutarle correttamente e quindi o le sottovalutiamo o, peggio ancora, le trattiamo con indifferenza!
     
     
     
    Singultando in silenzio
     
    Silenzio! Lacrime, strida, singhiozzi,
    singulti, tutto passa in silenzio.
    Guardando il dolore attraverso un vetro,
    nulla ci riguarda ma tutto ci tocca.
    E' come se non si potesse sentire più
    nulla attraverso quella barriera trasparente;
    noi dentro, loro fuori.
    Niente ci riguarda ma tutto ci tocca.
     
    Ma se tutto ci tocca, perchè
    niente ci riguarda? In che modo
    la freddezza di un pezzo di vetro
    può entrare in un cuore, che
    diventa più freddo del ghiaccio?
     
    Non è dato sapere nè questo nè quello!
     
    Ma quando il cuore diventa più freddo
    della mente, questa s'indigna e fa pensare,
    dai pensieri  nascono parole e dalle parole Poesia!
     
     
     
     
     
    Questo è quanto avevo da dirvi, spero che quest'intervento abbia più fortuna degli altri in quanto a pareri esterni che vi invito sempre ad esprimere con la massima sincerità. Un saluto e alla prossima
     
     
    Il Creatore
    October 17

    Primo giorno!

    Ebbene si! Infine è arrivato anche per me il primo giorno di università! Decisamente non ce la facevo più, non tanto per una qualsivoglia intima necessità di studio, quanto perchè ormai mi stavo consumando in un forte misto di curiosità e, ammettiamolo, ansia. Beh si un po di ansia c'è sempre, ma "q.b.", come si dice in cucina, cioè "quanto basta" per prendere la cosa nella giusta considerazione, non con paura, ma neanche troppo alla leggera!!! Le prime tre materie, che oggi si sono presentate all'attenzione delle mie sinapsi, sono state nell'ordine: Pedagogia del ciclo di vita; Psicologia generale; Psicologia dell'età evolutiva. Ognuno dei tre docenti si è già fatto notare presso l'auditorium matricolare, per una o più particolarità. Il prof. SaRRacino (ci tengo a sottilineare le due erre cosi come lui le ha volute sottolineare presso di noi affermando di tenere alla correttezza del suo cognome) si è fatto notare per ben tre particolarità: 1°) fisica: evidentissima deformazione cartilaginea del padiglione auricolare (leggi: orecchie a sventola); 2°) terminologica: volendo rendermi onore per un azzeccato intevento, ha usato l'infelice espressione di "mi scappello!" suscitando, come ben si può immaginare, l'ilarità generale (leggi: boato di risate di ben 300 persone tutte insieme!!); 3°) ideologica: affermando il suo totale ed incommensurabile ripudio per ogni tipo di copia fotostatica affermando che sono un insulto alla dignità dei docenti (guarda caso però il libro che ha adottato lo ha scritto e pubblicato lui!!!). La prof. Matarazzo, invece, per due motivi: 1°) estetico: bellezza ben poco sviluppata(leggi: brutta come la morte, il cui confronto con la figlia di Fantozzi farebbe uscire quest'ultima ampiamente vittoriosa!!); 2°) caratteriale: un nostro collega, il cui encefalogramma risulterebbe sicuramente e irrimediabilmente piatto(leggi: T.D.I. Totale Deficienza Intellettiva) pone alla prof. una domanda a cui, ella, aveva finito di rispondere non più di tre secondi prima. Ovviamente, in modo più o meno intelligente, giudicate voi, siamo scoppiati tutti in un fragoroso applauso a sottolineare maggiormente l'inutilita e l'idiozia della domanda posta. Non l'avessimo mai fatto!!!! La Matarazzo è partita con un invettiva, mantenendo però una calma serafica, contro coloro che avevano unito le mani cercando di capire, da ognuno, cos'è che ci avesse fatto compiere quel gesto. Fortunatamente sono stato uno dei pochi a non essere visto e, quindi, ho scansato l'essere "intervistato" (leggi: essere messo a figura di m...a). Last but not least il prof. Bacchini che si è fatto notare, se cosi si può dire, per il suo tono di voce: tre ore con un tono monocorda da far venire una frattura orchitica bilaterale di proporzioni bibliche a chiunque (leggi: grandissima, ma proprio grandissima rottura di.......... a buon intenditor!).
    Come primo giorno davvero non c'è male, il corso è interessante e i quarto d'ora accademici(leggi: pause concesse per pura pietà) non mancano e decisamente non mancano neanche argomenti con cui rifarsi gli occhi!!!!!
    Spero di tenervi aggiornati, prossimamente, su qualche altra novità dal corso di laurea in psicologia!
     
     
     
    Il Creatore
    October 10

    Ignoranza, brutta bestia!

    Eh si! Alcune volte, devo ammetterlo, sono proprio d'accordo col mio ex professore di matematica è fisica il caro prof corsale, per gli amici zio mike, quando diceva con grande affetto e paterna sincerità: "guagliò voi siete braccia rubate all'agricoltura!" Non lo diceva con cattiveria, ma con malinconica rassegnazione, pensando, secondo lui, di riferirsi non solo a noi, ignoranti cronici nelle sue materie, ma ai giovani in genere colpevoli, secondo lui, di avere, come si dice dalle mie parti, la mangiatoia troppo bassa, cioè vita facile. Io non gli ho mai dato troppo peso, pensando che in fondo fosse lui ad essere troppo catastrofico, se non con noi, almeno in generale. Non avevo mai avuto dubbi su questa mia teoria.................................almeno fino ad oggi!
    Oggi pomeriggio, ore 14, sono andato a ritirare la matricola all'università. Una folla che non vi dico! Mi si è oscurato il cuore al solo pensiero di dovervi entrare in quella fiumana di gente! Di fianco allo sportello del ritiro matricole, ce n'era uno vuoto per le informazioni. Per passare il tempo mi sono messo a chiacchierare con la signorina dello sportello vuoto e, mentre parlavamo del più e del meno, si presenta allo sportello una ragazza il cui fisico non aveva nulla da invidiare ad un Luigi XV (leggi "cassettiera a sei cassetti con specchio") mi chiede se dovessi chiedere informazioni dopo di che comincia a chiedere alcune cose alla signorina, ma un attimo prima di andarsene, chiede a tutto volume: "Ah scusat, pe sapè si a matricola è par o spar s'adda vedè l'urdeme nummero?" (Scusi per sapere se la matricola e pari o dispari bisogna vedere l'ultimo numero?). Io, piuttosto meravigliato, rimango come un pesce che abbia tirato le cuoia pensando non fosse una studentessa, per poi avvicinarmi alla signorina, che non meno meravigliata di me, mi dice che non solo era una studentessa, ma che era arrivata tra i primi 10 al test di ammissione! O tempora, o mores dicevano gli antichi! Caro vecchio zio mike come avevi ragione!!!
     
     
     
     
    Il Creatore