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    June 12

    La favola dei piccioni

    Vorrei fare una piccola introduzione a questo mio ultimo scritto che ora vi presento, ma mi rendo conto che non lo ritengo necessario. Pertanto ognuna delle persone che lo leggerà potrà trarne le conclusioni che riterrà più appropriate.

     La Favola dei piccioni

    Un giorno, in una zona secca ed arida, passò, svolazzando, un gruppo di piccioni. Era diverso tempo che, in quel luogo,  non pioveva nemmeno una goccia d’acqua, e i piccioni cominciavano a soffrire per la mancanza del liquido e il caldo torrido. Con le ultime forze rimaste, arrivarono nei pressi  di una cittadina, dove, per pura fortuna, trovarono una pozzanghera d’acqua torbida che si era salvata dal gran caldo grazie al fatto che si trovava all’ombra di un grande albero. Tutti i piccioni, scorta quella paradisiaca visione, volarono a gran velocità per raggiungerla e trovare finalmente un po’ di refrigerio. Così fu: appena arrivati, cominciarono ognuno chi a bere, chi a sciacquarsi per togliersi la polvere di dosso e rinfrescarsi, cosicché tutti ne godettero. Tutti tranne due. Per volere del piccione più forte, infatti, soltanto due di loro non potevano nemmeno avvicinarsi al resto del gruppo e dovevano rimanere al di fuori del cerchio d’ombra dell’albero, pena l’essere beccati e graffiati violentemente dal capo-piccione. I due esclusi fecero parecchi tentativi per cercare anche loro di beneficiare almeno della frescura dell’ombra, ma il capo-piccione era, inspiegabilmente, irremovibile e continuava a cacciarli con violenza. Dopo poco, un bambino che passava da quelle parti, vide fallire l’ennesimo tentativo dei due esclusi e, in un impeto di giustizia e generosità, decise di aiutarli: si chinò per raccogliere un sasso da terra e, con l’aiuto di una fionda, colpì il capo-piccione uccidendolo. Per qualche istante, tutti i piccioni, compresi i due esclusi, rimasero attoniti senza sapere cosa fare. Dopo poco, però, cominciarono tutti a darsi alla pazza gioia, buttandosi a capofitto nell’acqua e, così facendo, sprecandola. Quando ne rimase a malapena per dissetarne qualcuno, tutti si fermarono rendendosi conto di ciò che avevano fatto. A quel punto si scatenò una lotta senza quartiere e tutti i piccioni si combattevano l’un l’altro per accaparrarsi la poca acqua rimasta. Si beccarono, si graffiarono e si ferirono con una tale ferocia che di lì a poco morirono tutti, chi direttamente e chi a causa delle ferite.

     

    Morale: non sempre ciò che ai nostri occhi appare malvagio, rappresenta necessariamente il male peggiore.

     
     
    Il Creatore
    September 04

    Feria Augusti

    Prima pagina: “Ancora sei morti in Iraq” “Un autobomba esplode uccidendo quattro militari e due civili” pagine 2,3,4

                           “Ciclone nelle Azzorre” “Decine i morti e centinaia i feriti” pagina 5

                          “Morto***” “Il famoso premio Nobel per la pace aveva 84 anni” pagina 6

                         “Rapina a mano armata nel centro di Milano” “Ferito a morte il venditore, il delinquente

                           riesce a sfuggire alle forze dell’ordine” pagina 7

                         “Uccide la moglie e poi rivolge la pistola verso di sé”

                           “L’efferato delitto si è svolto a*** vicino Firenze” pagina 8

                       “Trovato bambino…

    l’anziano signore chiuse di colpo il giornale a metà e lo buttò di fianco a sé, sulla panchina, con un moto di stizza. Chiuse gli occhi per un momento, come a voler assaporare un attimo di alienazione da quanto si svolgeva intorno a lui. Per qualche secondo gli parve di riuscirvi, tanto da cominciare a sentire un senso di profondo rilassamento. Poi una macchina strombazzò passandogli di fianco e tutto si dissolse come una voluta di fumo che fuoriesce da una sigaretta accesa e lasciata lì ad esaurirsi . Riaprì di colpo gli occhi e si voltò, fissando l’oggetto che lo aveva disturbato da quel suo momento di ascesi mistica e fece appena in tempo a vedere la macchina, che sbandò appena, mentre voltava l’angolo di gran carriera. Guardò di nuovo davanti a sé.

    Era di fronte al mare; un mare azzurro e con l’orizzonte come unico confine, o almeno come unico confine illusorio, questo lui lo sapeva bene. Sapeva perfettamente che era solo una questione di altezza: più sei in alto e più riesci a vedere in avanti; quindi non puoi vedere molto avanti se non hai dietro qualcosa di molto alto, e di conseguenza di molto solido.

    Si alzò, fece qualche passo e andò ad appoggiarsi sul parapetto che affacciava proprio su quella sproporzionata distesa di umanità che era la spiaggia, brulicante delle sue politrope forme di vita.

    Guardò poi per un istante i gabbiani volteggiare liberi nell’aria, per poi tuffarsi a capofitto nell’acqua allorquando avvistavano una preda. Si accorse che li stava fissando con rabbia, quasi con invidia, gli sembrava un paradosso il fatto che, degli esseri tanto più semplici rispetto a lui, potessero avere quanto a lui era più gradito e proibito nel contempo, senza doverlo cercare o desiderare, per il semplice fatto che vi erano immersi senza nemmeno esserne consci. Rimase a fantasticare ancora un po’ su questo pensiero poi decise di andar via.

    Si giro su sé stesso, raccolse il giornale e il bastone dalla panchina dove era seduto fino a poco prima e si mise in cammino.

    Era una figura alquanto particolare, che non sarebbe sfuggita anche ad uno sguardo disattento in una affollata città invernale, figurarsi in una cittadina estiva dove ogni minimo sguardo era rivolto, con una meticolosa attenzione, a scovare ogni minima imperfezione: era vestito con un candido completo di lino bianco sotto cui portava una camicia di cotone ed una cravatta di seta anch’esse bianche. I mocassini erano di pelle beige chiara e il panama candido aveva una fascia del medesimo colore. Il bastone, intonato anch’esso al resto, aveva un manico d’argento intarsiato a forma di tau. A completare l’abbigliamento un mantello, color avorio, chiuso al collo da una catenina con due borchie d’oro.

    Camminava con passo lento, ma deciso e regolare, quasi solenne, al bastone si appoggiava più per vezzo che per un effettivo bisogno e nonostante il caldo la sua fronte era tersa come se stesse camminando in un ombroso boschetto anziché su un assolato lungomare.

    Camminava, ma in realtà sembrava non ci fosse, perché nonostante l’originalità del personaggio, erano in pochi a notarlo e a voltarsi per guardarlo anche dopo il suo passaggio.

    Continuò dritto con la sua marcia guardando sempre davanti a sé nonostante i continui schiamazzi provenienti dal lato mancino che avrebbero attirato l’attenzione di chiunque; sembrava anzi che quei rumori lo annoiassero semplicemente, piuttosto che infastidirlo.

    Dopo un po’ attraversò la strada ed imboccò un vialetto che portava all’entrata dell’albergo dove alloggiava.

    Varcata la soglia notò che Pietro, il portiere diurno e notturno, non c’era e pensò che aveva voluto approfittare di un momento di calma pomeridiana per un breve riposo. Prese da sé le chiavi e si avviò verso l’ascensore che però era occupato.

    Mentre attendeva che la spia del pulsante di chiamata si spegnesse, la sua attenzione fu attratta da alcuni bambini che giocavano sulle poltrone ch’erano di fianco all’ascensore: “No, non è giusto! Il più grande sono io e quindi sono io che devo fare il generale dell’armata!” diceva uno “Non è vero” rispondeva un altro “tu sei più grande di mio fratello ma sei più piccolo di me” “A voler essere sinceri sono io la più grande” diceva una bambina “Si ma che c’entra, tu sei una femmina, al massimo puoi fare l’infermiera di guerra” continuava il primo “e poi tu che ne sai se sono più grande di te o no! Ci siamo conosciuti solo adesso non puoi sapere la mia età, e come se questo signore pretendesse di sapere come mi chiamo!” chiuse definitivamente

    L’anziano, che aveva udito, si girò e disse:“Ma io so come ti chiami piccolo” e dopo che i bambini si furono voltati con evidente stupore negli occhi, continuò con serafica tranquillità: “ Tu ti chiami Francesco, voi due siete Mattia e Giuseppe, e questa bella crocerossina è Chiara” e, dopo aver premuto il tasto, continuò, parlando a quattro paia di occhi sempre più stupiti: “e le vostre età sono rispettivamente 9, 8, 10 e 11 anni giusto?” “Si è giusto” dissero tutti e quattro quasi all’unisono. “Scusi signore, ma come fa a conoscerci tutti?” chiese Chiara mentre l’anziano entrava nell’ascensore che nel frattempo era arrivato. “Oh beh” rispose quello mentre premeva il tasto del suo piano e le porte scorrevoli si chiudevano “diciamo che sono una persona ben informata!”

    Le porte si riaprirono al terzo piano, uscì dall’ascensore e voltò a destra per raggiungere la sua stanza che era l’ultima del corridoio. Si fermò dinanzi alla porta, che si aprì rivelando un maggiordomo che indossava una livrea in tinta con l’abito del padrone: “Buonasera Signore” esclamo appena la porta fu aperta del tutto “come è andata la Sua passeggiata? È riuscito a ottenere lo svago che desiderava?”chiese sinceramente interessato il “servus maior” “Non molto Gabriele, ma ti ringrazio per l’interessamento” rispose l’anziano lasciando cappello, bastone, giornale e mantello alle mani tese del primo “purtroppo non credo che potrò permettermi le ferie ancora per molto” continuò “ogni anno è sempre peggio quando mi assento” “Mi dispiace” disse l’altro “Oh non ti preoccupare non potrà andare avanti così ancora per molto! Piuttosto il bagno è pronto? Ho assoluto bisogno di rilassarmi un po’” “ Michele è andato or ora a prepararlo Signore, pochi istanti e sarà pronto. Se non ha bisogno d’altro andrei a riporre le sue cose.” E così dicendo si congedò.

    L’anziano scorse la finestra del balcone aperta e vi si affacciò. Il sole stava tramontando, le persone lasciavano la spiaggia e i gabbiani ne approfittavano per scendervi in cerca di cibo. Lui, li guardò e sentì ancora una volta quel moto d’invidia attanagliarlo.

     

     

     

    Il Creatore

    December 06

    Attendendo

    "La fantasia è un esercizio sulla realtà esterna per fuggire da quella interna" D.W. Winnicott

     

     

     

    “Aspetto” disse per tutta risposta con un tono di ovvietà simile, per efficacia, a quello che un docente di matematica pura userebbe mentre, piuttosto annoiato, sta illustrando un teorema di Euclide ad una classe di bambini delle elementari. “Aspetti?” “ Si, che ci trovi di tanto assurdo?” “Niente, solo…cosa stai aspettando?” “Chi ti dice che stia aspettando qualcosa?” “Allora chi aspetti?” “E perché sei cosi sicuro che stia aspettando qualcuno?” “Non mi dirai che aspetti e basta” “Perché?” chiese con tutto il candore di quei bambini che tra i 3 e i 5 anni si ritrovano a chiedere il motivo delle cose più ovvie, per noi “Ti darebbe tanto fastidio se stessi ‘ aspettando e basta ’ come dici tu?” “No, ma…adesso sono io che ti chiedo perchè” “Ed io ti rispondo: deve esserci per forza un motivo per fare qualcosa come, in questo caso, aspettare?” “Beh, di solito si” “Che significa di solito?” disse cominciando vagamente ad alterarsi “Non andartene per luoghi comuni, basandoti su ciò che ti hanno insegnato a pensare o ti hanno indotto a credere!” Poi si rese conto che era inutile innervosirsi e continuò con maggiore tranquillità “Ascolta: a tuo giudizio, perché è così inconcepibile che io stia semplicemente aspettando?” “Ma perché si può aspettare un autobus in ritardo, la telefonata della tua compagna che ti avverte che è arrivata sana e salva, il proprio turno all’ufficio postale mentre si ascolta un signore logorroico che ha avuto un grave litigio con l’acqua, il momento giusto per dare il primo bacio alla ragazza che sogni da mesi e mesi…” “No, no, stai sbagliando! Io non ti ho chiesto cosa si può aspettare e quali sono i motivi per cui si può aspettare. Ti ho chiesto perché, secondo te, io non posso aspettare e basta” esplose con veemenza “Ma perché…non… non ha senso” “E chi è che ha stabilito che non ha senso?” lo incalzò montando su tutte le furie “Secondo te avrebbe più senso comprare un biglietto della lotteria aspettandosi che esca proprio quel numero? O aspettare che un uomo in coma profondo si risvegli da un momento all’altro?” “No, magari non è logico, ma…c’è sempre la speranza” Improvvisamente rasserenatosi rispose “Ecco forse aspetto quella. La Speranza…” Ripeté sognante “La Speranza di guardarla di nuovo negli occhi, di camminare ancora a piedi nudi sulla sabbia umida. La Speranza di rivedere ancora il Sole caldo o di giocare ancora con la neve fresca. La Speranza…di riuscire a non essere più così solo in questa stanza ovattata con indosso questa strana giacca piena di cinghie!”

     

    Il Creatore

    January 04

    Annamaria

    Anche questa volta signori miei, sono stato costretto a saltare l'appuntamento. Questa volta, per le feste natalizie, mi sono concesso una pausa riflessiva, che mi ha dato la possibilità di riflettere sul fatto che forse ha ragione chi mi ha consigliato di pubblicare solo quando ne ho la possibilità e gli argomenti, senza cioè buttare li un argomento solo perchè devo mentenere la continuità, cosa che, molto probabilmente, si risolverebbe o nel trattare un argomento banale, o nel non trattare a dovere un argomento che magari meriterebbe più spazio. Decido quindi di non dare scadenze regolari ai miei lettori, pur con un po di rammarico, ma di lasciare al caso o all'ispirazione, la decisione di pubblicare o meno un nuovo intervento. Da questo momento in poi, quindi, gli aggiornamenti potranno avvenire tanto a distanza di giorni, quanto di mesi l'uno dall'altro, anche se cercherò sempre di non far passare troppo tempo senza dare mie nuove. Ora, siccome so che a qualcuno non passerà neanche per l'anticamera del cervello ciò che sto dicendo perchè magari mi segue senza troppo interesse o solo per farsi quattro risate ogni tanto, o qualcuno potrebbe rimanerci male che non ho messo nulla di troppo importante in questo intervento perchè magari mi segue con passione, accludo anche un racconto che è stato scritto in stretta collaborazione con l'autore del racconto "Pasquale" che ho pubblicato un paio di interventi fa. Spero che possa farvi piacere leggerlo e darmi un parere. Alla prossima che speriamo sia quanto prima!
     
     

    Anna Maria     

     

     

              Le avevo  chiesto di vederci  verso sera, dopo l'imbrunire. Agosto volgeva al termine; le ultime ore di quel giorno vissuto intensamente con lei al mare sembravano essere scivolate veloci, erano volate.

    Ci eravamo salutati verso le cinque del pomeriggio quando sulla spiaggia ormai erano restati pochi bagnanti .Con un  sorriso sibillino aveva allungato la mano per salutarmi. Non rispose alla mia richiesta. Tirata su. la borsa da mare che aveva momentaneamente lasciata a terra, mi guardò sorridendo sorniona, senza  aggiungere altro si voltò  e a passo piuttosto spedito si diresse verso l'albergo, dove alloggiava.

    Restai a guardarla per tutto il tempo . Prima di svoltare si girò verso di me. Alzò un braccio per salutarmi ancora. Poi scomparve dalla vista ed io restai sulla spiaggia , attonito, in attesa di qualcosa che rompesse la tristezza per la sua assenza.

     A testa bassa,vagai per un buon tratto della spiaggia, fantasticando  e immaginando    promettenti aspettative                                                                                                                                                                                                                                                                                                                

     Volsi lo sguardo verso le colline: vi dominava il verde cupo inframmezzato qua e là da intense macchie  nerastre.

    Si affacciò alla mente un ambiguo dubbio: come andranno le cose?  Come andrà nelle prossime ore?   Con i colori del placido tramonto o con quelli poco entusiasmanti della collina?

    Una   turba di vocianti giovinastri irretiti dalle ammiccanti smorfie  di provocanti ragazzotte, blateravano, sonore e fastidiose blasfemie, da basso tenore lupercale. Si dissolsero nel crepuscolo della sera e la spiaggia fu avvolta dalla quiete rotta dal ritmato ma lento sciabordio delle onde che con lieve e grazioso movimento accarezzavano la spiaggia.                                                           

     

    Dalla parte nord del tratto di costa dove la collina presentava un sostenuto gruppo di roccia apparvero le prime luci: erano quelle del Cottage che faceva da bar e da Dancing

    Mi incamminai, pensoso, a testa bassa prefigurandomi ore, a venire , liete e promettenti. Sopravvenne, d'un tratto uno stuolo di ricordi: Benedetto passato! Sempre tra le gambe! Luoghi, persone , fatti, con relativa assordante colonna sonora.

     

      

    L'Università.  Il diritto amministrativo. - Che dici, Mele,   ce la faremo?...Dai! Vediamo se riusciamo a fare per lo meno una ventina di pagine.

    Devo farti ascoltare la registrazione di ieri sera. Mario Ardimento e Rafael. Senti! Senti che roba!

    Tu che dici? Questo diritto Amministrativo , ce lo facciamo o lo rimandiamo a Pasqua?

    Troppo bello.

     

    Arnaldo carissimo. Hai notizie del Mele. Ne sai qualcosa? E' scomparso

     Mele è a Milano. Ha raggiunto la Elsa. Non so altro

     

    Filippo   bello, che facciamo stasera? Ci vogliamo fare qualche oretta di studio?

    Ciccio, ho conosciuto una ragazza, ti dico, la fine del mondo:ma tu forse la conosci . E' figlia del nuovo maresciallo. Ha anche una sorella. Te la farò conoscere

    Che storia! Che sinfonia

     

    Tu guardi le altre donne

    Ma che dici?

    Sei un disgraziato!

    Senti! E' meglio finirla lì e non ne parliamo più.

     

    La mia laurea. Fine di un tormento. Una mia zia mi regalò una bottiglia di liquore

     

    Darsi all'avvocatura? Concorsi.

     

    Ennesimo litigio cruciale con la mia beneamata.

     

    La lettera con cui chiedevo aiuto al Mele

    Caro, sto solo, inguaiato e non so cosa fare. Suggeriscimi!

    La sollecita risposta: raggiungimi subito a Milano. Muoviti! Ti spiegherò tutto all'arrivo.

     

    Lavoriamo insieme con Alleanza Assicurazioni Quarantamila al mese, più le provvigioni su ogni contratto.

    E come si fanno questi contratti?

    Ti spiegherà tutto il "Leone", un amico simpaticissimo . Mi ha aiutato molto. Aiuterà anche te.

     

    Discussione con Mele sulla via principale del paese. Camminiamo sottobraccio. Non ci accorgiamo che ci siamo portati proprio nel mezzo della strada.

    "Scusino, lor signori credono di essere nel salotto di casa propria?"

    "Dice a noi? "

    E' un vigile.

    "I signori vogliono accomodarsi sul marciapiedi o elevo contravvenzione ?"

    "Gesù, ma questo è scemo!"

    "Orcogiuda, mi ero dimenticato. Qui, due che vanno sottobraccio sono considerati ricchioni."

    Ci scusi tanto! Eravamo distratti." Mele si stacca dal mio braccio.

     

    Con i contratti non si batteva chiodo. Il capo agenzia decise di spedirmi a Milano.

    Peggio che andar di notte.

     

     Il  mio trasferimento a Milano fu ancora più disastroso. Passò qualche mese. Decisi di porre fine alla storia

     

    ."Mi perdoni ,dottor X, mi sa che non è un lavoro per me: non riesco. D'altra parte, lei capisce. Essersi laureato  .....E finire a vendere polizze, mi sembra un pò buttare le fatiche alle ortiche, non le pare? Cè tuttavia un problema che spero lei vorrà gentilmente risolvermi. Sono debitore della somma di lire 10.000 nei confronti della sua agenzia e attualmente non sono in grado di   risolvere il mio debito."

    "Non si preoccupi affatto, per questo. Facciamo così. Consideriamo il suo dovuto come titolo di liquidazione a suo favore, le va bene così?"

    "Lei e' estremamente, gentile e la ringrazio di tanto."

    Solo, in una città  Cosa fare.? Dove andare?.Mi assalì lo sgomento

     

    Al distretto militare di via Mascheroni

    Scusi,potrei parlare  col Tenente , mio fratello........E' in amministrazione

    Ah, ho capito!  Al primo piano. Il primo ufficio sulla destra

     

    Mio fratello aveva lasciato, al paese, una situazione alquanto ingarbugliata. Fidanzato da circa sei anni con la Enza, cugina di primo grado aveva gestito la faccenda con estrema leggerezza. Le rade visite avevano il fine di far capire che non voleva più saperne.

    Non si decideva però, a definire la sua posizione. Avevo il compito di chiarire con lui ogni cosa e porre eventualmente fine ad una situazione che col tempo stava profilandosi scabrosa.

     

    "Allora, vuoi dirmi una buona volta per tutte, cosa hai deciso di fare, in merito?"

    "Della faccenda, non ne voglio più sentire. Voi l'avete messa sù e voi la dovete sbrogliare."

    "E tu fai passare sei anni, per maturare una decisione del genere! E con la figlia di tuo zio.Non te ne vergogni?"

    "Te lo ripeto e te lo ridico. La cosa non mi riguarda più."

     

    Il Natale di quello stesso anno, scesi al paese: aggiornai mia sorella Rosetta della decisione del nostro  insipido fratello.

    Una tragedia ! Si intrecciarono temi degni delle trame di Eschilo, Sofocle ed Euripide.

    Seguirono reazioni di ogni tipo da parte di mia zia, madre dell'abbandonata e non sedotta figlia.

     

    Ritorno a  Milano. Mio fratello si presenta a casa mia con una ragazza

     

    "Siamo solo amici , sai!"

    "E a me cosa vuoi che importi."

    "Voglio dire...non siamo fidanzati"

    "Ah! Capisco....perchè tu sai, vero, te lo avrà detto mio fratello che ha una storia con una nostra cugina da ben sei anni."

    "Ma la cosa non mi riguarda. Siamo solo amici. A proposito! Mi faresti il favore di sostituirmi per tutto  Agosto in un Istituto privato. Il mensile non è male."

    "Altro che!  Ci vado immediatamente"

     

    La scuola.  Nomina annuale alla   " Breda- Istituto tecnico"   Chi l'avrebbe detto!

     

    Mele veniva spesso a trovarmi a Milano. Aveva trovato lavoro in città. Faceva il pendolare .

    Spesso rientravamo assieme ad Abbiategrasso ed io mi fermavo a dormire da lui. A volte, tempo permettendo , si organizzava pranzo o cena con tutti i fratelli della Elsa, tra cui notai  Annamaria . Avevo un ricordo del tutto diverso della sua figura. La  ricordavo un'adolescente, alta circa un metro. Una ragazzina,insomma. Mi sorprese .  Ora si presentava tanto diversa.

    Alta ,ben fatta, sorridente, solare.... E sopratutto, una donna.

    Mele attraversò cattive vicissitudini. Lavoricchiava a Milano da qualche parte e ciò ci permetteva di vederci quasi tutti i giorni.

    Ci trovavamo nei weekend a casa sua in Abbiategrasso. La cosa mi consolava molto perchè dava idea che si fosse ricostituito il nostro ambiente paesano. Ci si trovava con tutta la famiglia della Elsa ora a pranzo, ora a cena.

    Un bel periodo. Una bella stagione.

    Non riuscivo a ricordare in quali circostanze ed in che modo avessi  attaccato con Annamaria. Ci vedevamo. Lei lavorava a Milano e ci si incontrava. Mi piaceva sentire la sua voce: marcata, decisa, con accento nordico, composta.

     

    Nell'agosto Mele andò a trascorrere le ferie a Scauri. Portò con sè Annamaria.

    Io ero ospite di mia sorella Rosetta in un appartamento della stessa cittadina. Di sera ,ovviamente , mi recavo dal Mele..................

    Quale ricordo Anna maria aveva conservato dei nostri incontri a Milano?.

    Fu l'ultimo pensiero nel mio peregrinare sulla spiaggia nella sera inoltrata.

    Verrà? Cosa le dirò?

    Fu con queste due domande che continuai a tirare avanti sino alla fine della spiaggia, o meglio, dove io dovevo fermarmi per non rischiare di far tardi per l’ora di cena che, presso il Mele, avveniva nel più settentrionale orario possibile.

    Passai prima da mia sorella per darmi una sciacquata e rendermi almeno presentabile, ma Rosetta dovette capire subito, non so attraverso quale sibillina premonizione, che quella non sarebbe stata una serata come le altre, tanto che mi stirò ciò che dovevo indossare con particolare cura e meticolosità e senza chiedermi per che ora sarei tornato, lasciandomi addirittura le chiavi di casa con un laconico ma affettuoso: ”Statte accorto!”

    In quel momento, senza sapere perché, mi sentii quasi in colpa, quasi come se stessi sfruttando il forte amore, della mia cara sorella nei miei confronti, in modo indegno! Ma ci pensò subito un suo dolce, tranquillizzante sorriso a farmi cambiare idea e a farmi andar via sereno.

    Fuori del portone, giro l’angolo che dava sulla strada che portava a casa del Mele e mi trovo di faccia l’ultima persona che mi sarei aspettato di trovarci: lei, bellissima con quei suoi capelli scuri che le incorniciavano il viso, soprattutto quei suoi bellissimi e penetranti occhi verdi, tirati indietro, con un vestito azzurro e rosa che le metteva in risalto le forme, in particolare il seno, quel seno piccolo ma incredibilmente grazioso. “Era ora! Stavo quasi per andar via!” disse lei con un tono a metà tra il seccato e il divertito. “Ma… io sinceramente… non mi aspettavo di trovarti qui!” “Ma come?” mi dice lei in tono scherzosamente offeso “Solo un paio d’ore fa mi hai chiesto se volevamo vederci verso il tramonto e già non te ne ricordi più? Sei un bel cafone sai?” “No, perdonami, non è che abbia dimenticato; è che mi hai lasciato così… solo lì sulla spiaggia senza dire nulla e ho pensato che fosse un no” “Tu pensi troppo! E sempre nel modo sbagliato! Non sai che chi tace acconsente?” Io rimasi lì, impietrito, senza sapere cosa fare o rispondere, e credo di aver assunto un espressione ridicola in volto, perché, dopo qualche secondo di silenzio, Annamaria scoppio a ridere di gusto, ma senza cattiveria, tanto che dopo un po’ scoppiai anch’io a ridere senza capirne il motivo, come contagiato da un incredibile senso di gioia esterno a me. Continuammo a ridere a lungo, forse, felici entrambi di aver superato efficacemente una barriera formale che ci divideva e adesso ci sentivamo più liberi entrambi, o almeno io, di esprimere i sentimenti che erano nell’animo. “ Allora Franco mi hai invitata qui, solo per farmi ridere o hai qualche programma per questa sera?” “ Programma come programma non proprio visto che mi hai colto totalmente alla sprovvista! Comunque che ne pensi di andare a fare quattro salti al cottage sulla costa? Poi magari quando ne abbiamo abbastanza della pista ci inventiamo qualcos’altro, ti va?” “Ah, per me va benissimo ma tu non eri a cena dal Mele stasera?” come se un peso di due quintali mi si fosse piombato tra capo e collo, torno bruscamente coi piedi per terra e me ne ricordo: “Orco giuda è vero! Me ne ero dimenticato!”  Ma lei con un sorriso sornione e con l’aria di chi la sa molto più lunga di te, mi risponde calma e serafica “Non ti preoccupare, ci ho pensato io ad avvertire mia sorella che stasera uscivamo insieme! Mi ha fatto un po’ di storie lì per li, ma alla fine l’ho convinta!” tiro un sospiro di sollievo e il macigno si dissolve “Menomale! Mi sarebbe alquanto dispiaciuto far brutta figura col Mele!”

    Così parlando del più e del meno, una chiacchiera qui ed una la arrivammo allo chalet dove, guarda caso, proprio quella sera era in programma una serata di soli lenti e, casualità o meno a parte, fu decisamente una manna dal cielo l’andar li, perché stranamente sembrava che la lingua mi si fosse totalmente attaccata al palato, come se avessi ingurgitato un intera confezione di colla e un lento era proprio ciò che ci voleva per incoraggiarmi: “Ci buttiamo subito in pista sulla terrazza o preferisci prendere qualcosa dentro, al bancone?” le domando con fare da gigolo da tre soldi. Lei prima mi ignora poi mi prende forte per mano e mi trascina in pista dicendo “Questa è magnifica, vieni andiamo a ballare” Nel giro di pochi istanti mi ritrovai a ballare un appassionato lento con lei, il suo morbido seno contro il mio petto dove, come ballando una sostenuta rumba, il mio cuore batteva all’impazzata. Dopo poco, tuttavia, tentai di divincolarmi un poco dalla sua stretta, un po’ per il caldo, un po’ perché avevo vergogna che lei potesse accorgersi di quanto stava accadendo nel basso ventre, all’interno dei pantaloni, ma senza risultato. Sembrava che fossimo stati scolpiti insieme nel marmo, stile “Apollo e Dafne” del Canova!

    “Cos’è sei già stanco?” mi chiede lei con un sorrisetto malizioso. Si era accorta di quanto cercavo di tenerle nascosto. “ No, no, è che fa alquanto caldo stasera non trovi?” “Caldo? Anzi a me sembrava che l’aria cominciasse a farsi fresca!” “ Se vuoi ti cedo il mio pullover, tanto non ne sento affatto il bisogno” cosi dicendo mi sfilai la maglia e gliela cedetti. Lei se la infilò e, per ringraziarmi mi sfiorò la guancia destra con un bacio mormorando un sommesso e dolcissimo “Grazie”.

    Continuammo a danzare tutta la sera perdendo il senso del tempo sia cronologico che dei passi, ma non importava, eravamo entrambi li, ma da tutt’altra parte erano i nostri pensieri. Immersi in una pace angelica, ormai le nostre orecchie erano totalmente ovattate ed estranee a qualunque suono che non fosse il battito dei nostri cuori che ormai erano totalmente isocroni nella loro aritmia.

    La luna era ormai già molto alta, quando decidemmo di fermarci e andarci a godere il profumo notturno della brezza marina in riva al mare. Ci avviammo verso la scaletta che dalla terrazza portava alla spiaggia, ne discendemmo e andammo verso la riva. Il cielo limpido con una luna maestosa si rifletteva nell’acqua nera davanti a noi. Ci distendemmo sulla sabbia e, abbracciati, cominciammo a cercare le costellazioni vedendo chi dei due riusciva a trovarne di più “Guarda, l’orsa maggiore, quella minore e Orione” facevo io “Li invece ci sono il cancro e l’acquario” rispondeva lei. Ad un certo punto, come marionette manovrate da invisibili fili, ci guardammo negli occhi e…. Fu un lunghissimo istante in cui fummo una cosa sola. Feci scivolare la mano sul suo seno che vibrava sotto le mie dita ma, forse per paura o Dio solo sa cos’altro, non ebbi il coraggio di andare oltre ma fu tuttavia stupendo il rimanere li stretti l’uno all’altra senza parlare e ascoltando il rumore delle onde.

    Dopo poco, o meglio, dopo un certo periodo di tempo che io ritenni essere brevissimo, lei si divincolò, guardò l’orologio e disse: “Franco perdonami ma devo proprio andar via altrimenti rischio di rimanere chiusa fuori dall’albergo.” Io, cercando di camuffare la delusione, risposi: “ Non ti preoccupare adesso ti riaccompagno.” Per tutta la strada stemmo stretti abbracciati e senza parlare, come per paura che potessimo svegliarci da un sogno illusorio. Arrivati sotto l’albergo, lei mi abbracciò stretto per diversi minuti poi mi baciò e disse: “Franco ti ringrazio per questa magnifica serata, domani partirò più felice” “Come partirai? Ma non vai via col Mele e tua sorella?” dissi io con la morte nel cuore “Purtroppo no, dopodomani riprendo a lavorare e devo andar via prima.” rispose lei “Capisco” “Beh allora buonanotte” si avviò verso l’ingresso dell’albergo poi si fermò si sfilò il mio pullover e torno indietro a restituirmelo gettandosi, con un ultimo bacio, tra le mie braccia e andando via mormorando un tristissimo “Ciao”.

    Io mi avviai, nella strada semibuia e deserta, verso casa con quel pullover intriso del suo conturbante profumo come unico ricordo di quella strana e magica serata.

     

     

    Il Creatore

    October 24

    Singultando in silenzio

    Stavolta, vorrei proporvi un mio lavoro personale, non in prosa ma, se cosi si può dire, in versi.
    Sono versi sciolti, che sono quelli che io prediligo in quanto permettono, a mio avviso, di soffermarsi meglio sul significato delle parole più che non sul suono in se e per se. Ovviamente è una mia opinione che va presa con le pinze e che si basa su pura esperienza personale.
    Tema del brano è l'indifferenza, l'indifferenza che purtroppo, in modo più o meno volontario, ci colpisce facendo di noi più dei calcolatori più che degli esseri pensanti. Non voglio fare qui propaganda ad un mero senso di buonismo o più in generale alla cumpatio cristiana, voglio semplicemente dire che molto spesso ci capita di dare per scontate tutta una serie di cose, più o meno banali, che se prese sotto una certa ottica possono risultare tutt'altro che insignificanti. Un sentimento che purtroppo  viene troppo spesso svilito, è, ad esempio, l'amore. Badate bene, non l'amore inteso in senso puramente platonico, che di per sè è stato comunque traviato e sarà oggetto di un altro mio intervento, ma l'amore inteso in senso strettamente fisico. Qualcuno potrà obiettare che l'atto fisico non è un sentimento. Invece no, è prorpio un sentimento, un sentimento di fiducia che i due amanti ripongono l'uno nell'altro. Ma non divaghiamo, anche questo sarà oggetto di un prossimo intervento!
    Tornando al discorso indifferenza è proprio questo che cerco di spiegare, ormai ci sono alcune cose che, siccome ci vengono proposte in modo così massicio, ed erroneo, dai media o chi per loro, abbiamo dimenticato come valutarle correttamente e quindi o le sottovalutiamo o, peggio ancora, le trattiamo con indifferenza!
     
     
     
    Singultando in silenzio
     
    Silenzio! Lacrime, strida, singhiozzi,
    singulti, tutto passa in silenzio.
    Guardando il dolore attraverso un vetro,
    nulla ci riguarda ma tutto ci tocca.
    E' come se non si potesse sentire più
    nulla attraverso quella barriera trasparente;
    noi dentro, loro fuori.
    Niente ci riguarda ma tutto ci tocca.
     
    Ma se tutto ci tocca, perchè
    niente ci riguarda? In che modo
    la freddezza di un pezzo di vetro
    può entrare in un cuore, che
    diventa più freddo del ghiaccio?
     
    Non è dato sapere nè questo nè quello!
     
    Ma quando il cuore diventa più freddo
    della mente, questa s'indigna e fa pensare,
    dai pensieri  nascono parole e dalle parole Poesia!
     
     
     
     
     
    Questo è quanto avevo da dirvi, spero che quest'intervento abbia più fortuna degli altri in quanto a pareri esterni che vi invito sempre ad esprimere con la massima sincerità. Un saluto e alla prossima
     
     
    Il Creatore
    October 05

    Telepatia

    Signori miei, è arrivato il momento di sottoporvi una cosa che per me significa molto.
    Quello che seguirà a breve, è un breve racconto che ho scritto quest'estate, tra un test ed un altro.
    La qualità non è certo eccezionale, non sono certo il sommo poeta del nome del mio blog!
    Tuttavia  vi prego di leggere questo scritto con assoluta imparzialità , come se non ne conosceste affatto  lo scrittore.
    Mi farebbe molto piacere  sapere i vostri pensieri su quanto leggerete tra poco e vi prego di lasciarmi una vostra opinione, bella o brutta che sia, un consiglio di miglioria che a parer vostro è necessario o quant'altro preferite dirmi suquesta breve storia di mia creazione il cui titolo è "Telepatia". Ovviamente riferimenti a fatti ,luoghi o persone  sono puramente casuali........o no? Chissà?! In fondo è una cosa che può accadere a chiunque........................
     
     
     
    Il Creatore

    Era una mattina di fine agosto. Il sole picchiava forte nonostante fossero solo le otto del mattino e le cicale avevano cominciato il loro polifonico canto già da parecchio e, creando un senso di mistica tranquillità, davano serenità all’animo di chi le ascoltava nel dolce oblio del dormiveglia. Chicca quella mattina si svegliò molto presto, nonostante la sera prima avesse fatto molto tardi alla disco insieme con Roberto, Luca e gli altri, come svegliata da una dolce carezza che le alitava sul corpo. Si drizzò a sedere in mezzo al letto con il cuore che le batteva all’impazzata, ma non di spavento, ma semplicemente come un’irrefrenabile emozione che le proveniva da un punto imprecisato al di sopra del diaframma. Non riusciva a capire in nessun modo da dove fosse venuta quella leggera brezza che l’aveva svegliata, dato che aveva dormito con le finestre chiuse:“Cosa sarà stato?” continuava a chiedersi dentro di se come se la risposta fosse li, dentro il suo corpo, e non all’esterno, aspettando solo di essere trovata attraverso un attenta analisi dei suoi sensi più che dei fattori climatici.

    Alla fine si arrese, il sonno era troppo e non aveva voglia di arrovellarsi in uno stato tale di prostrazione fisica che a stento le permetteva di tenere gli occhi semiaperti. Riprese sonno, ma solo per un oretta poiché al piano di sopra avevano cominciato qualcosa di molto simile ad una danza tribale, dati i rumori che provenivano attraverso il soffitto molto sottile; dopodichè si alzò definitivamente abbandonando le attraenti coltri umide, ma fresche, del sudore che durante la notte aveva versato, non tanto per il caldo, quanto per una sensazione di irrequietezza, che portava dentro senza un motivo ben preciso, che le agitava il corpo e l’anima e che le aveva causato un sonno ben poco ristoratore perché non disteso e rilassato. Si avviò verso il bagno con l’intenzione di farsi una doccia  sperando che le tirasse su il morale. Si spogliò, aprì l’acqua, accese la radio e si infilò sotto il tonificante scroscio. Cominciò subito a sentirsi meglio con le calde gocce d’acqua che le massaggiavano la schiena e le ritempravano lo spirito. Ma la sensazione gratificante durò poco. Ebbe infatti appena il tempo di sentire l’ultima parte della sua canzone preferita, quando cominciò il giornale radio, e la prima notizia la lasciò alquanto rattristata e con una spiacevole sensazione di restringimento alla bocca dello stomaco: “Questa notte si è verificato un grave incidente a catena nei pressi del raccordo anulare, i feriti sono molti, alcuni molto gravi e pare, dalle prime notizie, che lo scontro avrebbe causato anche un decesso, i vigili del fuoco stanno ancora lavorando per estrarre alcuni corpi, in condizioni gravi, dalle lamiere contorte”. Uscita dalla doccia, Chicca cominciò ad asciugarsi dopo di che spense la radio e si avviò in cucina con indosso l’accappatoio. Cominciò a caricare la moka ma senza troppa convinzione: era nuova e sapeva che ne sarebbe uscito solo qualcosa di imbevibile e decisamente cominciare la giornata con un pessimo caffé non era tra le cose che avrebbero potuto metterla di buon umore! Mentre la caffettiera era sul fuoco, si trovò a ripensare alla sera prima e si sentì un po’ più su col morale: era stata una serata divertente, molto divertente. Giuseppe, poi, con quelle sue imitazioni la faceva morire dalle risate; Maria le aveva detto che grazie a lei aveva fatto pace col ragazzo, cosa a cui stava lavorando da due mesi, e Luca era stato insolitamente dolce e premuroso con lei. Sapeva che sarebbe dovuto partire il giorno dopo, in macchina, per lavoro e sarebbe rimasto molto tempo fuori ma assolutamente non le aveva voluto rivelare il motivo “Ti metterei in ansia inutilmente” disse “ quando sarò tornato te lo dirò e ti racconterò tutto”. Chicca era abituata a queste sue messe in scena da attore consumato e non ci faceva più caso, ma in quel momento non riusciva assolutamente ad essere tranquilla. Eppure lui, ieri sera, le era sembrato più tranquillo del solito, forse anche troppo tranquillo, come se volesse mascherare le sue paure a se stesso oltre che agli altri. Inoltre quella strana sensazione che l’aveva svegliata d’improvviso, continuava a manifestare i suoi strascichi anche da sveglia.

    Non riusciva bene a ricordare cosa fosse stato ma ricordava che stava sognando di qualcuno che la stesse abbracciando forte, ma i cui tratti del volto erano strani, deformati. Tuttavia si sentiva tranquilla, in quell’abbraccio, quasi paterno, che le faceva sentire la mente come immersa in un senso di ovattata sicurezza. Poi, d’improvviso, aveva sentito sul suo corpo, sudato e surriscaldato dalla forte temperatura atmosferica, una mano, una mano fredda e tanto corporea da sentire i battiti del cuore attraverso i polpastrelli, che la sfioravano con amore. La “carezza” cominciò prima sul viso accarezzandole  delicatamente la fronte larga ma, in quel momento, corrugata, poi si sentì sfiorare, lentamente, gli occhi, il naso, anzi il nasino, come amava chiamarlo Luca, con la punta leggermente all’insù, i lati della bocca , il collo sottile, i seni, piccoli ma estremamente sensuali, per fermarsi, infine, sul ventre. La mano, il vento, o qualunque cosa fosse stata, si fermò.

    Cominciò, poi, un lento girare attorno all’ombelico finché, dopo qualche istante, Chicca si destò. Era proprio quest’ultima parte che l’aveva lasciata particolarmente scossa. Soltanto Luca, infatti, la sfiorava in quel modo, e solo in un determinato momento della loro intimità.

    Proprio come la sera precedente, quando al ritorno dalla cornetteria, verso le tre del mattino erano saliti da lei e si erano buttati sul letto per “coccolarsi un po’” come, pudicamente forse, preferiva dire Chicca. Ma in realtà non fu molto diverso dal coccolarsi realmente. Nessuno dei due infatti voleva realmente concedersi all’altro. Infatti, dopo poco, preferirono stendersi, l’uno accanto all’altro guardandosi negli occhi e lasciando che i loro fiati si confondessero e fossero le loro anime, e non i loro corpi, ad unirsi. Fu in quel momento che cominciò ad accarezzarla in quel modo, lentamente, con infinita dolcezza. Poi, le disse quello che ogni volta le diceva quando la sfiorava in quel modo, una frase secca ma molto incisiva: “Voglio un figlio da te. Non sarà oggi né domani, ma io avrò un figlio da te”. Chicca all’inizio cercava di impegnarsi nello spiegargli il perché, almeno per il momento, non potevano avere figli, spiegandogli attentamente ed esaurientemente tutte le ragioni; ma ormai s’era rassegnata! Continuava si a spiegarglielo, ma senza convinzione, come quando si spiega una cosa ad un bambino sapendo che lui non riuscirà a capirla perché troppo difficile: “Amore te l’ho già detto, almeno per il momento non è possibile! Tu sei sempre in giro per lavoro, io sto ancora all’università. Che futuro potremmo dare, adesso, a questo figlio? Aspettiamo di trovarci in una situazione più stabile entrambi e potremo cominciare a metter su famiglia. Che fretta abbiamo? ” Solitamente arrivato a questa considerazione, Luca si fermava o cambiava discorso, ma quella volta le diede una risposta che la lasciò alquanto spiazzata: “Voglio diventare immortale!” Chicca sgranò gli occhi per poi chiedere sbalordita:“Come? Che hai detto?” “Voglio diventare immortale!” le ripeté Luca con maggior determinazione “ e voglio diventarlo al più presto”. Chicca lo guardò per un po’ come se stesse parlando con uno fuori di senno, poi gli chiese: “Amore ma hai bevuto un po’ troppo? O forse ti ha fatto male la capocciata che hai dato prima uscendo dalla macchina?” Luca le sorrise brevemente per poi risponderle:“ No credimi, non sono impazzito! E’ che ieri, vedendo un nonno che portava in giro il nipotino neonato, mi sono reso conto che… quando hai un figlio… la tua esistenza non finisce mai perché si perpetra in e attraverso lui, la sua nei suoi figli e così via dandoti così l’immortalità”. Chicca lo fissò a lungo con aria interdetta perché non riusciva a capire e le pareva strano, perché vedeva che per Luca, invece, quanto aveva appena detto sembrava la cosa più naturale di questo mondo. Lui se ne accorse e lasciò perdere, dicendo di non preoccuparsi perchè era solo una sua fantasticheria senza troppa importanza: “Forse sono io che non riesco a spiegarmi bene ma sono sicuro che quando avremo un figlio capirai fino in fondo ciò che volevo dirti. Comunque adesso basta con questi convenevoli, coccoliamoci un po’ altrimenti mi dimentico come si fa e buonanotte immortalità!”

    Adesso che ci ripensava a mente fresca, riuscì finalmente a capire cosa aveva voluto dirle e si rese conto che era una cosa di una profondità d’animo eccezionale. Ebbe la sensazione che ormai Luca fosse molto lontano ma stranamente lo sentiva particolarmente vicino, quasi…dentro di lei come se il suo corpo facesse da tramite sensitivo tra loro...ormai incredibilmente distanti.

    Era talmente assorta a ripensare a quanto le aveva detto luca la sera precedente, che non senti affatto quando annuciarono l'amato nome alla radio......