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October 09 La preghiera del clownCari amici vicini e lontani, questa volta vi propongo un brano poco conosciuto, di cui io stesso sono venuto a sapere dell'esistenza per caso. Si tratta della "preghiera del clown", un brano tratto dal film "il più comico spettacolo del mondo". E' a tutti gli effetti una preghiera che Totò, protagonista del film, rivolge al Protettore affinchè possano avverarsi tutta una serie di cose che lui auspica in questa breve orazione. Di per sé non è nulla di particolare se non un brano comunque bello e commovente, ma chi come me è nel mondo dell'arte, sa che questa breve orazione potrebbe essere fatta da una qualunque artista in un qualunque spettacolo a qualunque Entità egli creda. Inoltre, aldilà del mero fatto che molto spesso i pagliacci portano in scena la risata con la morte nel cuore, cosa a cui bene o male tutti abbiamo rivolto almeno una volta il pensiero nella vita, può far virare la nostra attenzione verso chi a volte, vicino a noi, sappiamo essere soltanto un pagliaccio che "tramuta in lazzi lo spasmo ed il pianto/in una smorfia il singhiozzo e 'l dolor". Dedico quest'intervento ai miei compagni di avventura, di vita e di palcoscenico.
P.s. più in basso troverete il video della preghiera
Preghiera del Clown Noi ti ringraziamo nostro buon Protettore per averci dato anche oggi la forza di fare il più bello spettacolo del mondo. Tu che proteggi uomini, animali e baracconi, tu che rendi i leoni docili come gli uomini e gli uomini coraggiosi come i leoni, tu che ogni sera presti agli acrobati le ali degli angeli, fa' che sulla nostra mensa non venga mai a mancare pane ed applausi. Noi ti chiediamo protezione, ma se non ne fossimo degni, se qualche disgrazia dovesse accaderci, fa che avvenga dopo lo spettacolo e, in ogni caso, ricordati di salvare prima le bestie e i bambini. Tu che permetti ai nani e ai giganti di essere ugualmente felici, tu che sei la vera, l'unica rete dei nostri pericolosi esercizi, fa' che in nessun momento della nostra vita venga a mancarci una tenda, una pista e un riflettore. Guardaci dalle unghie delle nostre donne, ché da quelle delle tigri ci guardiamo noi, dacci ancora la forza di far ridere gli uomini, di sopportare serenamente le loro assordanti risate e lascia pure che essi ci credano felici. Più ho voglia di piangere e più gli uomini si divertono, ma non importa, io li perdono, un po’ perché essi non sanno, un po’ per amor Tuo, e un po’ perché hanno pagato il biglietto. Se le mie buffonate servono ad alleviare le loro pene, rendi pure questa mia faccia ancora più ridicola, ma aiutami a portarla in giro con disinvoltura. C'è tanta gente che si diverte a far piangere l'umanità, noi dobbiamo soffrire per divertirla; manda, se puoi, qualcuno su questo mondo capace di far ridere me come io faccio ridere gli altri. Il Creatore June 01 Sfregiato TotòIo non so che dire, vorrei sputare fuori tutto il veleno che ho dentro in questo momento ma non basterebbe a farmi sfogare. Vorrei avere quel o quei maledetti tra le mani solo per qualche minuto e nemmeno penso che basterebbe. Ma se esiste ancora qualche figlio di Napoli degno di cotanto nome, chi ha compiuto questo sacrilegio, perchè non è niente di meno, verrà punito nel modo più appropriato. Nella notte tra il 30 e il 31 Maggio, presso il cimitero monumentale del pianto, dove riposano eternamente grandi figli di Napoli, tra cui Caruso, Nino Taranto, Giovanni Leone etc., al più grandi di tutti è stato compiuto uno sfregio che non meritava. Dalla facciata della tomba di famiglia di Antonio de Curtis, il grande Totò, e stato rubato lo stemma che lui stesso aveva creato per ornare quella che un giorno sarebbe stata la sua ultima dimora. Questa è l'ennesima riprova del fatto che ormai le qualità morali che hanno da sempre caratterizzato il nostro popolo sono irrimediabilmente corrotte. E con la morte nel cuore che mi rendo conto che ormai anche la part più interna e profonda del cuore di Napoli ha definivamente ceduto alla follia generale che imperversa per la città e forse per il mondo. A chiunque mi dicesse che questa città è ormai solo immondizia io ho sempre risposto con orgoglio che non è così, che Napoli ha ancora uno zoccolo duro rispettoso di certi valori e di certe tradizioni, ma ormai mi rendo conto che non è così. Molti la potranno intendere come un semplice atto vandalico, ma cosa ne pensereste se vi dicessero che un vostro amico, per togliersi uno sfizio o magari anche per raccattare qualche centesimo si è venduto gli ornamenti funebri della tomba del nonno? Potete anche dirmi che magari sono esagerato o che sono troppo sentimentale, ma credo, anzi sono sicuro, chi attacca così impunemente ciò che di più bello ci ha rappresentato e ci rappresenta nel mondo, che per la sua Napoli ha fatto tantissimo, è come se attaccasse se stesso deciso ad autodistruggersi. Anche se non ce lo meritiamo spero comunque che da qualunque parte si trovi in questo momento il Principe possa considerare la cosa non come un affronto ma come una "quisquilia o una pinzellacchera" e che possa aiutarci, come disse un suo grande amico "a passà 'a nuttata". April 10 Le NuvoleCari amici vicini e lontani, lettori di ogni dove e quando, appassionati di teatro e fedeli spettatori del laboratorio teatrale salesiano, sta per arrivare il nuovo spettacolo di un gruppo che, per caso prima e amicizia e passione poi, da quattro anni a questa parte sta portando alla ribalta di un teatro coi fiocchi come quello dell'opera salesiana di Caserta, spettacoli che ogni anno vengono giudicati con sempre maggior riguardo dal pubblico. Dopo il successo dell'Iliade dell'anno scorso, quest'anno portiamo in scena un successo di più di duemila anni fa, ma che reca ancora con sé, attraverso le immortali parole di un commediografo come Aristofane, chiari messaggi di sfottò politici e parodie di categorie sociali che, per antonomasia, non sono proprio a posto con la coscienza. Il titolo di quest'anno è Νεφέλαι, cioè le Nuvole. Un testo tagliente che ironizza sull'abitudine, qui ovviamente caricata, dei filosofi dell'epoca, e volendo dei politici di ora, di rigirarti con le parole ogni tipo di discorso arrivando a far diventare logico un ragionamento che potrebbe essere udito solo in un manicomio; posto dove alla fine si ritroverà ad arrivare il povero Strepsiade, protagonista della commedia, seguendo gli sconclusionati consigli di Socrate prima e del figlio Fidippide poi. Lo spettacolo è, come al solito, risultato di un intero anno di lavoro, dedicato per lo più all'adattamento moderno di un testo che fa comunque riferimento a persone e situazioni di più di duemila anni fa; ma anche alla ricerca di un tipo di interpretazione che rispecchiasse in modo quasi filologico quella del 423 a.C., pur senza disdegnare lazzi e trovate più propriamente moderne. Insomma, un lavoro che si spera possa divertire, e perchè no istruire, il pubblico di oggi proprio come quello di 2400 e rotti anni fa. L'appuntamento è quindi per giovedi 30 aprile 2009 ore 20.30 presso il cineteatro don Bosco di Caserta.
Il Creatore
January 29 Paradosso perduto 2(continua dall'intervento precedente) La luce scomparve, o meglio, lui si trovò in un posto buio. Non sentiva più la voce del professore ma le sue orecchie percepirono un ronzio familiare, come se un moscone stesse svolazzando lì nell'oscurità. Provò a congiungere le mani. C'erano tutte e due. Con la destra poteva prendere e stringere la sinistra. Bene! Era di nuovo tutto intero. Ma perché non vedeva niente? - C'è... c'è qualcuno, qui? - disse Shorty. La voce gli tremava un po'. Cominciava a sperare di essere veramente addormentato e di doversi svegliare da un momento all'altro. - Che domanda! - disse una vocetta querula, in tono seccato. - E... chi c'è? - Come sarebbe a dire chi? Io, no? Non mi vedi? Ah, già, non puoi vedermi, dimenticavo. Ehi, sta' un po' a sentire che cosa dice quel tipo.. E poi saremmo noi i matti! - Nel buio risuonò una risatina. - Quale tipo? - chiese Shorty. - Chi dice che siamo matti? Sentite, io non capisco... - Quale tipo? Quello lì, no? - lo interruppe la voce - Non senti. Ah, già, dimenticavo che non puoi sentire. A proposito, che cosa ci fai qui? Io sto ascoltando un professore che parla di quello che è successo ai sauropodi. - A cosa? - Ai sauropodi. Ma sei stupido? I dinosauri, no? Quello lì sta dando i numeri. E poi dicono che mancano a noi le rotelle! Di colpo, Shorty sentì il bisogno, anzi, la necessità urgente di sedersi. Brancolò nel buio, incontrò il ripiano di un banco, si accertò che il sedile fosse libero, e si lasciò cadere di schianto. - Per me tutto questo è greco - disse poi. - Chi dice che siete matto? - Lo dicono loro. Non sai... ah, già, non puoi saperlo. Chi ha fatto entrare il moscone? - Per favore, procediamo con ordine - pregò Shorty. - Dove sono? - Oooh, voi normali! - sospirò la voce, petulante. - Appena vi trovate di fronte a qualcosa che esula appena appena dalla norma, vi mettete subito a fare domande! Aspetta un momento e te lo dico. Prima però mi ammazzi quel moscone. - Come faccio se non lo vedo? - Sssst! Lasciami sentire cosa dice quello lì. Sono qui per questo. Figurati! Sta dicendo che i dinosauri si sono estinti per mancanza di cibo, perché erano troppo grossi! Si è mai sentita un'idiozia simile? Più una creatura è grossa e più aumentano le sue probabilità di procacciarsi cibo. E poi, sostenere che gli erbivori sono morti di fame in quelle foreste! O che siano morti di fame i carnivori, con tutti gli erbivori che c'erano in giro! Ma perché sto a dirti queste cose? Tu sei un normale. - Non... non capisco. Se io sono normale, voi cosa siete? Una risatina. - Io sono matto. Shorty deglutì. Non c'era proprio niente da obiettare. Su questo punto la voce aveva sicuramente ragione. In primo luogo, ammesso di poter sentire quello che succedeva all'esterno di lì, il professor Dolohan stava tenendo una lezione sull'assoluto positivo, mentre la voce, con quello che c'era attorno, se c'era qualcosa, affermava di essere lì per sentir parlare dell'estinzione dei sauropodi. Del tutto assurdo, dato che il professor Dolohan non distingueva uno pterodattilo da uno sferoide. E poi... - Ahi! - gridò Shorty. Qualcosa gli aveva appioppato una gran pacca sulla schiena. - Chiedo scusa - disse la voce. - Stavo tentando di eliminare quella noiosa bestiaccia, invece mi è scappata, maledizione! Aspetta un momento che spengo la luce così magari il moscone se ne va. Vuoi andartene anche tu, per caso? Il ronzio cessò di colpo. -lo... ecco, io sono troppo curioso per andarmene di qui senza prima aver saputo da che cosa me ne vado. Insomma, voglio sapere dove mi trovo. Mi sembra di essere diventato matto e... - No, no, tu sei normale. I matti siamo noi. O per lo meno, così dicono loro. Oh, mi sono stufato di ascoltare queste sciocchezze sui dinosauri. Preferisco parlare con te. Tu però non avevi nessun diritto di piombarmi tra i piedi. E nemmeno quel moscone. Capisci? Dev'essersi inceppato qualcosa nell'impianto. Lo dirò a Napoleone... - A chi? - Napoleone. È lui il capo della zona. Chiaro che anche nelle altre zone il capo è un Napoleone. Il Napoleone che dico io, comunque, è quello di Donnybroock. - Donnybroock? Non è un manicomio? - Bella scoperta! Secondo te dove dovrebbe stare uno che crede di essere Napoleone? Shorty McCabe chiuse gli occhi, poi decise che era una cosa sciocca. Considerata la mancanza di luce, avere gli occhi chiusi o aperti era esattamente lo stesso. Bisogna che continui a fare domande finché non riuscirò a ottenere una risposta che abbia un po' di senso, se non voglio diventare matto sul serio, si disse. Ma forse sono già impazzito e questi sono gli effetti di essere pazzo. E se è così, io sono ancora nella classe del professor Dolohan o... O che cosa? Aprì gli occhi e disse: - Vediamo se è possibile capirci impostando diversamente la domanda. Voi dove vi trovate? - Io? Anch'io sto a Donnybroock. Di solito, voglio dire. In questa zona stiamo tutti lì, tranne quelli che sono ancora fuori. In questo momento - e la voce denotò un certo imbarazzo - mi trovo in una cella imbottita. - Allora è così? - s'informò Shorty, timoroso. - Voglio dire, sono anch'io nella cella imbottita? - Ma no! Cosa c'entra? Tu sei normale. Senti, non sono autorizzato a parlare di queste cose con un estraneo. Cerca di capire. Esiste una netta linea di demarcazione, soltanto che dev'esserci stato un guasto nell'impianto. Quale impianto?, avrebbe voluto chiedere Shorty, ma rinunciò per paura che la risposta innescasse una nuova serie di domande. Meglio invece battere su un solo punto fino a raccapezzarsi a sufficienza da avere un certo quadro dell'insieme. - Torniamo a Napoleone - disse. - Se ho capito bene, c'è più di un Napoleone, vero? Com'è possibile? Non possono esistere due esemplari di una medesima entità. La voce ridacchiò. - Così ragionate voi. È questa la prova che siete normali. Il tuo è un ragionamento normale. Giustissimo, sia chiaro, ma quelli che credono di essere Napoleone sono matti, perciò, nel loro caso il ragionamento non regge. Perché cento individui non possono essere altrettanti Napoleoni, se sono troppo matti per capire che la cosa non è possibile? - Diciamo che se Napoleone fosse ancora vivo - ribatté Shorty - almeno novantanove di loro avrebbero torto, non è forse vero? Logico, direi. - Ecco l'errore! - disse la voce. - Ho detto e ridetto che noi siamo matti. - Noi? Significa che anch'io... - No, no e poi no. Quando dico noi intendo dire noi, io e gli altri, e non anche tu. Ecco perché tu non c'entri per niente, qui. Capito? - No - rispose Shorty. Curioso ma aveva sconfitto del tutto la paura. Il buon senso avrebbe voluto che lui credesse di dormire e sognare, ma Shorty non riusciva a crederci del tutto. Di una sola cosa era sicuro al di là di ogni ragionevole dubbio; non era matto. La voce con la quale stava parlando asseriva che non lo era, e quella voce aveva tutta l'aria di essere una vera autorità in materia. Un centinaio di Napoleoni! - Vorrei scoprire il più possibile prima di svegliarmi - disse. - Voi come vi chiamate? Io mi chiamo Shorty. - Non del tutto disgustato di fare la tua conoscenza, caro Shorty - disse la voce. - Di solito i normali mi annoiano, tu però mi sembri un po' meglio degli altri. Ma anche così preferisco non dirti il nome con il quale sono conosciuto a Donnybroock. Potrebbe saltarti in mente di venirmi a trovare o che so io. Chiamami semplicemente Dotto. - Il Dotto dei Sette Nani? Credete di essere... - Niente affatto. Non sono un paranoico! Nessuna delle mie manie, come le chiameresti tu, ha a che fare con l'identità. Dotto è il nomignolo che mi hanno affibbiato, proprio come a te hanno affibbiato quello di Shorty, perché non sei certo alto' I, dico bene? Il mio nome vero però lasciamolo perdere. - Quali sarebbero le... le vostre manie? - Sono un inventore. Quello che loro chiamano un inventore matto. Per esempio, a starmi a sentire avrei inventato la macchina del tempo. Questo dovrebbe essere appunto uno dei miei modelli. - Dovrebbe essere... Volete dire che mi trovo dentro una macchina del tempo? Certo che questo spiegherebbe un paio di cose. Ma se questa è una macchina del tempo, e funziona, perché dite che l'avreste inventata? La voce rise. - Non si può inventare la macchina del tempo. La macchina del tempo è un paradosso. I tuoi professori potranno spiegarti che una macchina del genere non può esistere, perché sarebbe come dire che due cose possono occupare contemporaneamente lo stesso spazio. Poi un uomo potrebbe tornare indietro e uccidere il se stesso di qualche anno prima e... insomma un sacco di altre storie del genere. È assolutamente impossibile. Soltanto un pazzo può... - Voi però avete detto che questa è una macchina del tempo. A proposito, quando è? Voglio dire, in che punto del tempo siamo? - Adesso? Nel millenovecentocinquantotto, no? - Nel... Ma siamo nel cinquantatré! L'avete spostata dopo che sono arrivato io, per caso? - Io non mi sono mosso dal cinquantotto. È in quell'anno che stavo ascoltando la lezione sui dinosauri. Tu però sei capitato qui da più indietro, da cinque anni più indietro, per l'esattezza. Colpa della distorsione, capito? È proprio di questo che voglio parlare con Napoleone. - Ma... ma dove siamo adesso? - Dove? Nella stessa aula da cui sei partito. Però cinque anni più in là. Se allunghi una mano fuori lo vedrai. Prova, alla tua destra, verso il banco dove stavi seduto tu. - Sì, ma poi riavrò indietro la mia mano o succederà come me quando l'ho infilata qui dall'esterno? - Stai tranquillo, la riavrai. - Allora... - disse Shorty, esitante. Allungò cautamente una mano. Le dita incontrarono qualcosa di soffice. Sembravano capelli. Provò ad afferrarli e a tirare un po' tanto per vedere che cosa succedeva. Di colpo i capelli gli sfuggirono dalle dita, e per reazione lui ritrasse la mano. - Che divertente! - esclamò la voce accanto a lui. - Che... che cos'è successo? - chiese Shorty. - C'è una ragazza. Una gran bella ragazza coi capelli rossi. È seduta nel tuo stesso banco di cinque anni fa. Non hai idea del salto che ha fatto quando le hai tirato i capelli! Ma ascolta... - Cosa devo ascoltare? - Senti, stai zitto così potrò ascoltare almeno io. - Una pausa, poi la voce fece una risatina chioccia. - Il professore le sta dando un appuntamento. - Eh? - disse Shorty. - In classe? Ma come... - Quando la ragazza ha gridato, lui si è voltato a guardarla e le ha detto di fermarsi dopo la lezione. Dal modo come la guarda sono pronto a scommettere che non ha intenzione di parlarle di dinosauri. Del resto posso capirlo, la rossa è talmente bella! Prova a tirarle ancora i capelli. - Ecco... non mi sembra una cosa... insomma... - Eh, già - sbuffò la voce in tono disgustato. - Mi dimentico sempre che tu non sei matto come me. Che noia dev'essere la vita, per un normale. Va bene, andiamocene di qui. Ne ho avuto abbastanza. Ti piacerebbe andare a caccia? - A caccia? Io non sono gran che come tiratore. Soprattutto quando non vedo niente. - Fuori dalla macchina non sarà più così buio. È sempre il tuo mondo, sai, solo che è pazzo. Intendo dire che... Come me direbbe il tuo professore? È un aspetto illogico della logicità, ecco. Comunque, noi andiamo a caccia con la fionda. È molto più divertente. - A caccia di che cosa? - Dinosauri. È uno spasso cacciare i dinosauri. - Dinosauri? Con un tirasassi? Siete mat... Eeeehm... davvero? La voce rise. - Davvero, davvero. Ecco perché mi sembrava tanto buffo quello che stava dicendo quel professore sui sauropodi. Siamo stati noi a sterminarli, capisci? da quando ho costruito questa macchina del tempo, il Giurassico è diventato il nostro terreno di caccia. Un paio però ne saranno pur rimasti, dico io. Conosco un posto che... Ecco, ci siamo. È qui. - Qui? Ma non eravamo in un'aula, nel novecentocinquantotto? - C'eravamo prima. Adesso inverto la polarità così potrai venire fuori. Forza, esci. - Uscire da... - disse Shorty. Poi fece un passo a destra. Rimase accecato dalla luce del sole. Era un sole più vivido, più abbagliante di quello a cui era abituato, e dopo il buio totale l'impatto fu tremendo. Shorty alzò le mani agli occhi per proteggerseli, e solo spostandole per gradi riuscì a riaprire le palpebre. Scoprì di essere su una striscia di terreno sabbioso presso la riva d'un lago dalle acque calme, immobili. - Vengono qui a bere - disse la voce ormai nota, e lui si girò di scatto. Lì a due passi c'era un tipo buffo, molto più piccolo di Shorty, che non superava il metro e sessanta. Portava occhiali con la montatura di tartaruga, e aveva una corta barba a punta. Sotto l'alto cappello a cilindro, tanto vecchio da essere diventato quasi verde, c'era una piccola faccia rugosa, da gnomo. L'ometto si mise una mano in tasca e ne tolse una fionda minuscola munita di un solido elastico. - Tira pure tu per primo, se vuoi - disse, porgendo la fionda. - No, no, grazie - disse Shorty, scuotendo la testa. L'ometto si chinò a frugare nella sabbia, e raccattò cinque o sei sassi di dimensioni ridotte. Se li mise in tasca, tranne uno che appoggiò a metà dell'elastico. Poi si sedette su un masso e spiegò: - Non occorre nasconderci. I dinosauri sono talmente stupidi! Vedrai che ci passeranno proprio sotto il naso. Shorty si guardò di nuovo attorno. A un centinaio di metri dal lago c'era una macchia di alberi, strani, enormi, con grosse foglie d'un verde molto più chiaro di quello degli alberi che Shorty conosceva. Sul terreno tra gli alberi e il lago crescevano pochi cespugli stenti d'erba ruvida e giallastra. Mancava qualcosa... Gli venne in mente di colpo. - - Dov'è la macchina del tempo? - chiese. - Che cosa? Ah, sì, è qui. - L'ometto allungò un braccio a sinistra, e il braccio sparì fino al gomito. - Vedo - disse Shorty. - Mi stavo chiedendo che forma avesse. - Forma? Come può avere una forma? - disse l'ometto. - Ho già detto che la macchina del tempo non può esistere. Sarebbe un paradosso. Il tempo è una dimensione fissa. Quando ne ho avuto la dimostrazione sono diventato matto. - Quando è successo? - Vediamo... Fra quattro milioni di anni circa. Nel millenovecentocinquantuno. Mi ero messo in testa di costruire una macchina del tempo, e siccome non ci sono riuscito mi ha dato di volta il cervello. - Capisco - disse Shorty perplesso. - Ma com'è che prima, nel futuro, non potevo vedervi e invece qui sì? E questo mondo di quattro milioni di anni fa è il vostro o il mio? - La risposta alle due domande è unica. Qui siamo su terreno neutro, ossia prima che si verificasse una biforcazione fra senno e follia. I dinosauri sono animali molto stupidi, non hanno cervello sufficiente per essere normali, figurati per essere matti! Loro non sanno niente di niente. Non sanno che una macchina del tempo non può esistere, ecco perché noi possiamo venire qui. - Capisco - ripeté Shorty. Le parole dell'ometto gli diedero da pensare. In un certo senso, non gli sembrava più particolarmente assurdo trovarsi lì in attesa di cacciare un dinosauro con una fionda. La vera assurdità era trovarsi lì ad aspettare che passasse un dinosauro. Stabilito questo, ecco che non poteva più considerare assurdo il fatto di essere seduto ad aspettarlo con... - Se usare un tirasassi è tanto divertente - disse a un tratto - non vi è mai venuto in mente di usare uno scacciamosche? All'ometto brillarono gli occhi. - Che magnifica idea! - esclamò. - Lo sai che forse sei davvero degno di... - Stavo solo scherzando - si affrettò a dire Shorty. - Ascoltate... - Non sento niente. - No, non in quel senso! Volevo dire... Insomma, sicuramente fra poco io mi sveglierò, e vorrei fare un paio di domande finché voi siete ancora qui. - Vorrai dire finché tu sei ancora qui - precisò l'ometto. - Ti ho già spiegato che mi sei capitato fra capo e collo soltanto per un incidente, e che dovrò controllare con Napoleo…… - Al diavolo Napoleone! - interruppe Shorty. - Volete rispondermi, in modo che io possa capire? Adesso noi siamo o non siamo qui? Mi spiego: come si giustifica la presenza in questo posto di una macchina del tempo, visto che la macchina del tempo non può esistere? E io sono o non sono nella classe del professor Dolohan? E se sono là, che cosa ci faccio qui? Ma se... Insomma, come funziona questa faccenda? L'ometto sorrise con aria pensosa. - Vedo che hai le idee confuse, ragazzo mio. Potrei forse tentare di chiarirtele le un po'. Tu ne sai niente di logica? - Qualcosa ne so, signor... - Chiamami Dotto. Allora il guaio è proprio questo. Dimentica tutto quello che sai, e tieni presente soltanto che io sono matto. Questo cambia immediatamente le cose, capisci? Un matto non ha il dovere di essere logico. I nostri due mondi sono diversi, mi spiego? Ora, tu sei un normale, cioè uno che vede le cose come le vedono tutti. Noi, invece, no. E poiché la materia è un mero concetto della mente umana... - È così? - Certo! - Ma questo contrasta con la logica! Cartesio... L'ometto agitò la fionda in un gesto d'insofferenza. - Secondo Cartesio, ma non secondo altri filosofi. I dualisti, eh? I logici ci fanno ridere. Si dividono in due correnti, sostengono due tesi diametralmente opposte su un'unica questione, e sia gli uni sia gli altri pretendono di avere ragione. Non sembra illogico per dei logici? Resta comunque il fatto che la materia è un concetto della coscienza, anche se qualcuno, pur non essendo completamente pazzo, non ammette che sia così. Ora, esiste un concetto normale della materia che tu condividi, e poi esiste tutta una serie di concetti anormali. Gli individui che condividono questi secondi tendono, per così dire, ad associarsi... - Non so se riesco a seguire. State dicendo che esiste una specie di società segreta di... di lunatici, i quali vivono in un altro mondo come se fosse quello... - Non come se fosse - corresse l'ometto con estrema serietà, - ma come se non fosse. E non si tratta di una società segreta di nessun genere, ma semplicemente di un fatto. Noi ci proiettiamo contemporaneamente dentro due universi di cui uno è normale, ed è quello in cui sono nati i nostri corpi, che naturalmente rimangono là. Se siamo pazzi a sufficienza da essere riconosciuti come tali, ci mandano in un manicomio. Ma noi abbiamo anche una seconda esistenza, quella mentale. Ecco dove mi trovo io, e dove, per pura combinazione, ti trovi momentaneamente anche tu. In realtà, nemmeno io mi trovo veramente qui. - Oh, Dio! - gemette Shorty. - Com'è possibile che io mi trovi nella vostra... - Te l'ho detto. Un inconveniente tecnico. In ogni caso la logica non ha molto posto nel mio mondo. Un paradosso in più o in meno non ha importanza, e l'esistenza di una macchina del tempo è cosa trascurabile. Sapessi in quanti siamo ad averla! E in quanti possiamo tornare indietro fin qui per andare a caccia. È stato così che abbiamo potuto sterminare i dinosauri, ed ecco... - Un momento - interruppe Shorty. - Questo Giurassico in cui ci troviamo, fa parte della vostra concezione del mondo oppure è reale? A vederlo sembra reale. - È reale, solo che nella realtà non è mai esistito. Chiaro, no? Se la materia è un concetto mentale, e se i sauropodi non avevano una mente, come potevano avere un mondo in cui vivere, prima che noi lo pensassimo? - Ah - disse Shorty, basito. Sentiva la mente ronzare in tondo. - Volete dire che i dinosauri in realtà non sono mai... - Eccone uno! - esclamò l'ometto. Shorty sussultò. Si guardò intorno ma non vide niente che sembrasse un dinosauro. - Là - disse l'ometto, indicando. - Sta uscendo da quei cespugli. Stai a guardare che mira. Shorty guardò mentre lo strano ometto sollevava il tirasassi. Da dietro un cespuglio era uscita una creatura molto simile a una lucertola, soltanto che si teneva ritta sulle zampe posteriori. Era alta una quarantina di centimetri. Si udì lo schiocco secco dell'elastico e il tonfo del sasso `.che colpiva la creatura in mezzo agli occhi. La grossa lucertola cadde, e l'ometto corse a prenderne il corpo. - Il prossimo puoi ucciderlo tu - disse, tornando con la sua preda. Shorty guardò il sauropode a bocca aperta. - Uno struthiominus» - disse. - Ma se ne passa uno grosso? Un brontosauro, per esempio, o un tirannosaurus rex19. - Sono già scomparsi. Li abbiamo uccisi tutti noi. Sono rimasti soltanto questi piccoli, ma sempre meglio che dare la caccia alle lepri, no? Adesso però comincio ad annoiarmi. Comunque aspetterò che ne uccida uno tu, se ci tieni. - No, grazie - disse Shorty. - Non saprei prendere bene la mira con quel tirasassi. Lasciamo perdere. Dov'è la macchina del tempo? - Eccola lì. Fai due passi avanti. Shorty obbedì, e ripiombò nel buio. - Un momento che regolo i comandi - disse l'ometto. - Vuoi scendere nello stesso punto dove sei salito? - Oh, sì, sì, certo. In caso contrario potrei trovarmi in qualche guaio. E adesso dove siamo? - Siamo tornati nel millenovecentocinquantotto. Quel tipo sta ancora spiegando ai suoi allievi che fine hanno fatto i dinosauri, secondo lui. Quella rossa tanto bella... È proprio bella sul serio. Vuoi tirarle ancora i capelli? - No, no - disse Shorty. - Io però devo arrivare nel cinquantatré. Come farà a portarmici, questa macchina? - Pur venendo dal cinquantatré, sei salito qui, ricordi? Sempre per via della distorsione. Scendendo qui dovresti essere nel punto giusto. - Dovrei? - Shorty ricominciava a preoccuparsi. - E se per caso esco un giorno prima e mi ritrovo seduto in braccio a me stesso? La voce rise. - Non potresti mai farlo, tu non sei matto. Io sì che una volta l'ho fatto. Forza, scendi, io voglio tornare al... - Grazie del passaggio - disse Shorty. - Oh, un momento. Ancora una domanda. A proposito di quei dinosauri. - Va bene, ma sbrigati. La distorsione potrebbe non reggere ancora a lungo. - Quelli veramente grossi... quelli come avete fatto a ucciderli con i tirasassi? Forse non li avete affatto uccisi. - Certo che li abbiamo uccisi - disse la voce, ridendo. - Abbiamo usato tirasassi più grossi, ecco tutto. Arrivederci, figliolo. Shorty sentì una specie di spinta, e si ritrovò in piena luce, nella sua classe, in piedi nel corridoio tra le due file di banchi. - Signor McCabe - disse, sarcastico, il professor Dolohan, - la lezione finirà soltanto fra cinque minuti. Volete essere così gentile da rimettervi a sedere? Soffrite per caso di sonnambulismo? Shorty si affrettò a sedersi. - Ecco, professore, io... Chiedo scusa. Per il resto della lezione rimase seduto al suo posto in stato di shock. Certo che era stato tutto troppo reale per poter convalidare l'ipotesi di un sogno, compresa la scomparsa della penna stilografica. D'accordo che poteva averla persa chissà dove. Ma tutta la faccenda aveva avuto una tale consistenza di realtà che gli ci volle tutta una giornata per convincersi di avere sognato, e una settimana per riuscire a dimenticarsene almeno per qualche ora. Quel ricordo svanì a poco a poco soltanto col tempo. A distanza di un anno. Shorty aveva solo il ricordo di un sogno particolarmente strambo. Dopo cinque anni non lo ricordava più; un sogno non resta impresso così a lungo. Nel frattempo Shorty era diventato assistente, e teneva il corso di paleontologia. - I sauropodi si estinsero sul finire del Giurassico - stava dicendo un giorno alla sua classe. - Essendo troppo grossi e lenti per procurarsi facilmente e agevolmente il cibo... Mentre parlava, non perdeva di vista una studentessa dai capelli rossi, seduta nell'ultimo banco. Si stava chiedendo come poteva fare per chiederle un appuntamento. Nell'aula svolazzava un grosso moscone. Si era alzato in volo da un punto imprecisato in fondo alla stanza, e adesso procedeva a spirale. Il moscone ricordava vagamente qualcosa al professor McCabe il quale, pur continuando a parlare, si stava sforzando di mettere a fuoco il ricordo. In quel momento la ragazza dell'ultima fila scattò in piedi e fece un piccolo grido. - Signorina Willis, che cosa succede? - le chiese il professore. - Non lo so... Ho avuto l'impressione che qualcuno mi tirasse i capelli - disse la ragazza arrossendo. Il rossore la fece sembrare ancora più appetibile. - Forse... forse mi ero appisolata. Siccome gli sguardi di tutti erano su di lui, McCabe fissò la ragazza con espressione severa. Era proprio l'occasione che stava cercando. - Signorina Willis - disse, - siete pregata di trattenervi in classe, dopo la fine della lezione. Il Creatore Paradosso perdutoCari lettori e care lettrici, con questo intervento e con il precedente ho interrotto un lungo periodo di silenzio cui sono stato obbligato da impegni accademici e non. Come avrete quindi arguito, questo intervento è collegato al precedente e ne è una sorta di esplicazione, in quanto, come avrete notato, nel precedente intervento vi era il mio lavoro sic et simpliciter come l'ho scritto poichè di proposito non ho voluto dare spiegazione alcuna su un lavoro irrazionale sull'irrazionalità. Quello della follia è un tema che ho già affrontato precedentemente e da cui sono terribilmente attratto, non tanto per la sua irrazionalità, quanto per la razionalità paradossale che vi si trova all'interno. Un folle non è una persona che non ragiona ma semplicemente una persona che ragiona in modo diverso, forse opposto, al nostro. Il mio testo provava ad esprimere questo concetto, connotando e denotando esclusivamente la voce del folle e lasciando l'altra come una specie di voce fuori campo, una voce non reale, interna.
Il testo che vado a proporvi, invece, è più esplicito su questo punto e, pertanto, spero che potrà illuminarvi meglio delle mie parole. E' un racconto di Fredric Brown intitolato "Paradosso perduto":
Un grosso moscone era riuscito chissà come a passare attraverso la sottile rete metallica della finestra, e adesso ronzava monotono in tondo, rasente al soffitto della classe. All'estremità opposta dell'aula anche il professor Dolohan ronzava monotono nei suoi cerchi di pura logica. Seduto nell'ultima fila di banchi, Shorty McCabe guardò prima l'uno poi l'altro, e alla fine si decise per il moscone. Gli sembrava il più interessante.
- Una negazione assoluta - stava dicendo il professore - non è, si può dire, un assoluto negativo. Può sembrare una contraddizione in termini, ma non è così. Invertendo l'ordine, i due termini acquisiscono nuovi significati impliciti... Shorty emise un sospiro lieve e seguitò a osservare il moscone. Gli sarebbe piaciuto volare anche lui in cerchio e produrre un ronzio tanto ragguardevole. Fatte le debite proporzioni in massa e in decibel, il moscone produceva più rumore di un aereo. Più rumore, considerate le dimensioni, di una sega elettrica. Chissà se una sega elettrica era in grado di segare il metallo! Un'altra sega, per esempio. In tal caso poteva essere valida l'affermazione di aver visto una sega elettrica che segava una sega. Togliendo l'aggettivo elettrica, veniva ancora meglio: sego una sega con la sega. Meglio ancora: sego una sega con la sega segata. Potremmo addirittura - stava dicendo il professore - considerare un assoluto come un modo di essere... Come no?, pensò Shorty, volendo si può pensare tanto a qualsiasi cosa quanto a qualsiasi altra, e l'unica cosa certa che se ne ricava è un bel mal di testa. In compenso, il volo del moscone si faceva sempre più interessante. Adesso l'insetto volava a quota inferiore verso l'altro lato della classe. Chissà che non finisse per posarsi proprio sulla testa del professore. Non andò così. Per posarsi si era posato, ma chissà dove. Privato della sua ronzante distrazione, Shorty si guardò attorno in cerca di qualcos'altro da guardare o su cui meditare. Niente, a parte le nuche dei compagni. Disponendo solo di quelle, poteva concentrarsi sui differenti modi in cui crescono i capelli sulla nuca, ma l'argomento presentava un fascino alquanto limitato. Si chiese quanti, tra i suoi compagni, stessero dormendo, e arrivò alla conclusione che fossero almeno una buona metà. Avrebbe tanto voluto dormire anche lui, ma non poteva. La sera prima aveva commesso l'errore imperdonabile di andare a letto presto. Risultato: si sentiva sveglissimo e infelice. - Però - stava dicendo il professor Dolohan - se non teniamo conto della violazione di probabilità che emerge dall'affermazione che il positivo assoluto è... Evviva! Il moscone aveva lasciato il suo nascondiglio provvisorio. Ronzò in su verso il soffitto, vi si fermò un attimo a lisciarsi le ali, poi riprese a volare, questa volta verso il basso e verso il fondo dell'aula. Se avesse mantenuto quella rotta a spirale, sarebbe passato a un paio di centimetri dal naso di Shorty. Arrivò. Shorty fece gli occhi strabici per guardarlo poi voltò la testa per non perderlo di vista. Il moscone passò e... Scomparso. Arrivato a circa trenta centimetri da Shorty, l'insetto aveva inspiegabilmente smesso di volare e di ronzare, e adesso non c'era più. Non era morto, non era caduto sul pavimento, nel passaggio tra le due file di banchi, alla sinistra di Shorty. Era semplicemente sparito. Lì a mezz'aria, a un metro e mezzo da terra, aveva smesso di essere. Così, di colpo. Il rumore del moscone si era interrotto a metà di un ronzio, e nel silenzio improvviso, la voce del professore era risuonata più forte anche se ugualmente noiosa. - ... tramite un'assunzione contraria al fatto, creiamo una serie di assiomi pseudoreali che, in un certo senso, sono l'inverso dell'esistere... Lo sguardo fisso nel punto in cui il moscone era svanito, Shorty McCabe esclamò: - Eeeehi! - Come dite, prego? - Chiedo scusa, professore, ma non ho parlato - affermò Shorty. - Ho soltanto... Mi sono schiarito la voce. - ... inverso dell'esistere... dicevamo... Ah, sì. Una base assiomatica di pseudologica potrebbe darci soluzioni differenti del problema. Con questo intendo... Non appena gli occhi del professore non furono più fissi si su di lui, Shorty tornò a guardare il punto in cui il moscone aveva smesso di volare. Che avesse per caso smesso di essere un moscone? Aaah, fesserie! Un'illusione ottica, ecco. Il volo di un moscone è veloce, lui l'aveva perso di vista per un attimo e... Shorty diede una rapida occhiata al professore, giusto per essere sicuro che l'attenzione di Dolohan fosse rivolta altrove, poi tese la mano verso il punto della scomparsa del moscone. Non sapeva che cosa si aspettasse di trovare, comunque non trovò niente. In questo c'era una certa logica. Se il moscone scomparendo era diventato niente e lui, allungata la mano, non aveva trovato niente, il fatto dimostrava il niente. Ma si sentiva deluso. Non sapeva bene che cosa si fosse aspettato di trovare. Certo non il moscone, visto che quello non c'era, e nemmeno di incontrare un qualche ostacolo invisibile o chissà cos'altro, però... Insomma, che fine aveva fatto il moscone? Rimise le mani sul banco, e per un minuto buono cercò di non pensare al moscone e di ascoltare il professore. Ma fu anche peggio che stare a scervellarsi sull'insetto.Per la milionesima volta si chiese perché mai fosse stato tanto idiota da iscriversi al corso di Logica. Non sarebbe mai riuscito a superare quell'esame. Fra l'altro lui doveva laurearsi in paleontologia. La paleontologia gli piaceva: un dinosauro era una cosa concreta, una cosa, per così dire, in cui puoi affondare i denti. Ma la logica! E poi, meglio studiarli, i fossili, che doverne ascoltare uno. Lo sguardo gli andò alle mani posate sul banco. - Eeeeehi! - esclamò. Allora, signor McCabe? - disse il professore. Shorty non rispose: non poteva. Stava fissando la sua mano sinistra. Non c'erano più le dita. Proprio non c'erano! Chiuse gli occhi. Il professore sorrise: un sorriso professorale. - Credo che il nostro amico dell'ultimo banco si sia... diciamo addormentato. Se qualcuno è tanto gentile da... Shorty nascose di colpo le mani sotto il banco. - Non... non ho niente, professore. Chiedo scusa... Avete detto qualcosa? - Non siete stato voi a dire qualcosa? Shorty deglutì. - Ecco, io... No, professore. - Stavamo prendendo in esame - riprese il professore rivolto, grazie al cielo, a tutta la classe e non a Shorty, singolarmente - la possibilità di ciò che potremmo definire l'impossibile. Anche questa volta non si tratta di una contraddizione in termini poiché bisogna distinguere, attenzione, fra impossibile e non possibile. Il non possibile... Cautamente, Shorty rimise le mani sul banco e restò lì a guardarsele. La destra era del tutto normale. La sinistra... Chiuse gli occhi, li riaprì, ma le dita della sinistra insistevano a mancare. Eppure non aveva la sensazione che gli mancassero. A titolo di prova contrasse i tendini che ne comandavano il movimento, e le sentì chiaramente flettersi e distendersi. Eppure, se doveva credere ai suoi occhi, le dita non c'erano. Provò a toccarsele con la mano destra, ma non le sentì al tatto. La sua destra attraversò lo spazio che avrebbe dovuto essere occupato dalle dita della sinistra, e non incontrò niente. Eppure lui le dita della sinistra poteva muoverle. Ci riprovò. C'era da perderci la testa. Ricordò di colpo che la sinistra era la mano usata per saggiare lo spazio nel punto in cui era scomparso il moscone. In quel momento, quasi a conferma del suo sospetto, sentì su una delle dita mancanti un tocco lieve, e poi qualcosa di molto leggero che si muoveva lungo quel dito. Qualcosa pressappoco del peso di un moscone. Poi la sensazione svanì, come se il moscone fosse volato via. Shorty si morse le labbra per non esclamare di nuovo eeeehi. Cominciava ad avere un po' di paura. Era per caso diventato matto? Oppure aveva ragione il professore e, tutto sommato, lui stava davvero dormendo? Cosa poteva fare per accertarsene? Un pizzicotto! Con le dita disponibili, quelle della destra, si pizzicò con forza una coscia. Uuuuuh! Già, ma se stava sognando di pizzicarsi forse aveva sognato anche il dolore del pizzicotto. Perché no? Si voltò a guardare a sinistra. Non c'era proprio niente da vedere: un banco vuoto oltre il corridoio fra i banchi, un banco accanto al banco vuoto, la parete, la finestra con la rete metallica, il cielo azzurro inquadrato nella finestra. Sbirciò il professore e vide che si era voltato a scrivere sulla lavagna. - Chiamiamo enne l'infinità nota - stava dicendo - e a il fattore di probabilità... Esitante, Shorty tese di nuovo in fuori la sinistra osservandola attentamente. Poteva valere la pena di fare un controllo. Protese ancora un po' la mano... La mano scomparve. Di scatto ritirò il polso, e rimase là immobile, inebetito, sudando freddo. Era matto! Eh, sì, sì... era matto. Riprovò a muovere le dita e le sentì agitarsi in maniera del tutto soddisfacente com'è normale che le dita si agitino. Assoluta padronanza di coordinamento. Si muovevano o stavano ferme, a volontà. Però… Allungò il braccio e non riuscì a sentire il banco. Mise il braccio in posizione tale che se la mano fosse stata ancora attaccata al polso avrebbe dovuto o incontrare il banco o penetrare nel legno. Invece, niente. Non sentì niente di niente. La sua mano destra non era affatto attaccata al polso. Qualsiasi movimento lui facesse con il braccio, la sua mano restava là nel passaggio vuoto. Se lui si fosse alzato e fosse uscito dall'aula, la mano avrebbe continuato a restare là a mezz'aria, tra i banchi vuoti, invisibili a tutti? E se si fosse allontanato di mille chilometri? Assurdo. Già, perché invece il braccio sul banco a mezzo metro di distanza no? D'accordo, d'accordo, c'era una differenza di novecentonovantanove metri e mezzo, all'assurdità però non si applicano le misure di lunghezza. Ma la sua mano era davvero là in mezzo? - Tolse di tasca la stilografica e la protese con la destra verso il punto in cui doveva trovarsi più o meno la sua sinistra. Puntualmente si ritrovò con soltanto mezza stilografica. Evitando con cura di protendersi oltre sollevò la penna e la calò con forza. La sentì battere sulle dita della mano mancante. E adesso, cosa voleva di più? Ne ricevette un tale trauma che lasciò andare la penna, e quella scomparve. Non cadde per terra. Scomparve proprio. Un'ottima penna da cinque dollari! Era il caso di prendersela per una penna, quando gli era scomparsa tutta una mano? Adesso cosa poteva fare per rimediare? Chiuse gli occhi. Shorty McCabe, si disse, sforzati di usare la logica per trovare il sistema di riprenderti la mano dal punto misterioso in cui è scomparsa. E non farti prendere dal panico! Forse ti sei addormentato e stai sognando, ma forse no. E se non è così, sei in un grosso pasticcio. Quindi, cerca di essere logico. Lì in mezzo c'è un punto o una linea o un piano, in cui puoi penetrare, puoi farci passare cose, ma non puoi riaverle indietro. Oltre quel punto o quella linea può anche non esserci niente, ma la tua mano c'è di sicuro. E la tua mano destra non sa che cosa sta facendo la sinistra perché una è qua e l'altra è là. Non sappia la destra quello che ...5 Piantala! Ti sembra il momento di scherzare? Ecco che cosa poteva fare. Poteva stabilire forma e dimensione del... Già, che cos'era? Comunque, lì sul banco aveva una scatoletta di fermagli per lettere. Ne prese in mano cinque o sei e ne lanciò uno nello spazio vuoto tra i banchi. Il fermaglio compì una traiettoria di venti centimetri più o meno, poi scomparve. Non lo sentì cadere. Bene. Ne buttò un secondo un po' più basso. Stesso risultato. Si chinò sotto il ripiano del banco stando bene attento a non sporgere la testa nel corridoio, e con un colpo fece slittare un terzo fermaglio rasente il pavimento. Dopo aver percorso una ventina di centimetri quello sparì. Dunque era un piano, e si stendeva perpendicolarmente al pavimento. Fino a che altezza? Shorty lanciò in aria un altro fermaglio che, salito di un paio di metri, sparì. Riprovò, lanciando con più forza e un po' in avanti. Il fermaglio descrisse un arco nell'aria e finì sulla testa di una ragazza seduta tre banchi più in là e nell'altra fila. La ragazza trasalì e si toccò la testa. - Signor McCabe - disse severamente il professore -posso chiedere se questa lezione non è di vostro gradimento? Shorty sussultò. - Oh, sì, certo professore. Stavo solo... - L'ho notato. Si trattava di esperimenti di balistica, vero? Studi sulla parabola, per l'esattezza. Una parabola, signor McCabe, è la curva descritta da un corpo che viaggia nello spazio unicamente grazie alla spinta iniziale e alla forza di gravità. Ora posso continuare la mia lezione, o preferite venire qui voi a darci dimostrazioni di meccanica paraboloidale? - Chiedo scusa, professore - farfugliò Shorty. - Io... voglio dire che... ecco... Chiedo scusa. - Non c'è di che, signor McCabe. E adesso... - il professore tornò a girarsi verso la lavagna - se indichiamo con la lettera bi il grado di una possibilità contrapponendolo a... Shorty si osservava imbronciato le mani abbandonate in grembo. Pardon. La mano. Guardò l'orologio appeso alla parete, sopra la porta, e vide che mancavano solo cinque minuti alla fine della lezione. Doveva fare qualche cosa e farla alla svelta. Sbirciò nuovamente alla sua sinistra. Lì nel corridoio non c'era proprio niente da vedere, in compenso c'era diverso materiale su cui riflettere: tre o quattro fermagli, la sua bella penna stilografica e la sua mano sinistra. Lì in mezzo c'era qualcosa, invisibile, intangibile, inavvertibile, che non produceva alcun rumore nell'impatto con oggetti tipo fermagli da lettera. Qualcosa che si poteva attraversare in un senso ma non nell'altro. Esempio, se lui avesse sporto in fuori la destra avrebbe potuto senza dubbio toccare la sinistra, ma non avrebbe più riavuto indietro la mano. E tra pochi minuti la lezione sarebbe finita, perciò... C'era una sola cosa sensata da tentare. Dall'altra parte di quell'invisibile piano verticale, niente provocava sensazioni dolorose nella sua mano sinistra, vero? Vero. Allora perché non passare di là dalla testa ai piedi? Se non altro si sarebbe ritrovato non sapeva dove ma tutto d'un pezzo. Guardò il professore, e aspettò che si voltasse a scrivere qualcosa sulla lavagna. Poi, senza perdere tempo a rifletterci sopra (non osava farlo), si alzò e fece un passo a sinistra. (continua nel prossino intervento) June 04 Rischiare o rinunciare, crescere o vegetare?Anzitutto le mie più sentite scuse per il lungo silenzio cui mi sono costretto, mettendo a dura la pazienza dei miei lettori che, tuttavia, mi hanno dimostrato fedeltà venendo, di tanto in tanto, a dare sempre un occhiata nel caso di nuovi aggiornamenti.
Oltre a ciò un doveroso ringraziamento a coloro che hanno contribuito, con le loro opinioni, ad arricchire il mio precedente intervento sul genio e la follia, nella speranza che questo intervento sia altrettanto interessante e stimoli altrettanti e più numerosi interventi.
Lasciate ora che vi introduca all'argomento con un aforisma del sottoscritto lanciato lì, come un sasso nell'acqua, di cui si osservano le increspature sulla superficie: "La vita è come un guanto di cui bisogna saper sempre accettare la sfida."
Lasciando ora da parte la poeticità o meno del pensiero, riflettiamo insieme sul suo messaggio. Perchè cos'è la vita se non una sfida continua dove giorno per giorno ci ritroviamo a combattere e difenderci? Al lavoro, a scuola, coi genitori, coi figli, per cose futili o fondamentali a seconda del punto di vista. E poi, il luogo dove si combatte sempre: l'Amore, l'unico luogo in cui combattere, con se stesso e con l'altro, è il solo modo per sopravvivere. A questo una domanda viene da porsi a voce alta: "Perchè combattere cosi tanto e cosi spesso? Cui prodest?" Ora, se fossi un nichilista vi risponderei: "Siamo nati per soffrire e la lotta continua contro tutto e tutti è il modo migliore per farlo", ma siccome per natura sono oltre che un inguaribile ottimista anche uno cui le spiegazioni semplicistiche non sono mai piaciute, rimuginandoci sopra in quei, oramai, rari momenti di "Otium" mi sono dato una risposta di natura evoluzionista-darwiniana: la natura è, mi si perdoni il gioco di parole, per sua natura molto severa e non ha mai permesso agli esseri troppo deboli di andare avanti falciandoli con la cosiddetta "selezione naturale". Ora siccome Dio-Madre Natura, scegliete voi la definizione che preferite, ci ha concesso oltre al corpo, come tutti gli altri esseri, anche un intelletto superiore è necessario che anche quest'intelletto subisca la stessa selezione, con dei problemi, via via che si evolve, sempre più difficili. Fino a tre giorni fa non mi sarei mai permesso di esporre una teoria simile per paura di essere preso per matto, ma tre giorni fa appunto, studiando un testo di psicologia dello sviluppo mi sono imbattutto in questo brano che mi ha convinto a trattare con voi l'argomento:
" Immaginate una giovane donna nella sua camera da letto impegnata nella lettura di un libro che la prepara all'esame di ammissione ad un'università inglese, un bambino che cerca di scrivere le sue prime parole con una matita, una madre argentina che prepara il pranzo per la sua famiglia, una donna di mezz'età che ha deciso di lasciare il marito con cui è sposata da vent'anni, un anziano signore norvegese che sta programmando di andare a vivere in Spagna per godere dei benefici di un clima più mite.
In tutte queste situazioni si può percepire l'idea di persone che affrontano una sfida della vita allo scopo di sopravvivere e progredire, sfida che può essere rappresentata da un episodio importante, come, per esempio, il contrasto tra bisogni individuali e le esigenze psicosociali di adattamento alle norme di una particolare società, che, almeno temporaneamente, provoca una crisi. Potrebbe anche trattarsi di una sfida molto piccola rappresentata da un nuovo stimolo che non è ancora presente nello schema dell'individuo, come, per esempio, un bambino che vede la neve per la prima volta; oppure da uno stimolo a cui l'individuo non sa ancora come rispondere in modo appropriato, come nel casodi una persona che riceva in regalo un computer e non sa ancora come adoperarlo. E' chiaro quindi che l'individuo dovrà, in un modo o nell'altro, rispondere alla sfida che si presenta e, nel farlo, cambierà il suo modo di essere. Il modo in cui portiamo a termine i nostri compiti mentre cresciamo e maturiamo nel corso della nostra vita influenza in una certa misura il modo in cui affrontiamo gli anni futurie, andando avanti con l'età, crea differenze sempre maggiori tra gli individui. Le implicazioni di quanto affermiamo variano a seconda del successo o dell'insuccesso ottenuto nel misurarsi con la sfida, e questo dipende a sua volta dalle risorse individuali di ognuno. Sviluppo significa quindi avere a che fare con le grandi e le piccole sfide che affrontiamo giorno per giorno nel corso della nostra vita e col tipo d'insegnamento che traiamo da queste esperienze. Se il numero delle sfide che affrontiamo è limitato o se cerchiamo di evitarle corriamo il rischio di limitare il nostro sviluppo potenziale e di esaurire le risorse che ci permettono di sopravvivere." (tratto da: "Lo sviluppo nel ciclo di vita" di Hendry & Kloep ed. il Mulino)
Cos'altro aggiungere se non che bisogna rimettersi continuamente in discussione senza mai aver paura di farlo?
Il Creatore March 03 Genio o follia?"Che cos'è il genio? E' fantasia, intuizione, colpo d'occhio, decisione e velocità d'esecuzione"
Amici Miei Atto I-II
Ho deciso di cominciare questo intervento con questa citazione perchè, a mio avviso, è quella più corrispondente all'idea di genio, quanto meno per quanto riguarda quello artistico.
Il genio è, per l'appunto, una capacità innata di vedere il mondo e manovrarlo a proprio vantaggio che non tutti possiedono o sfruttano correttamente.
Si è sempre detto che la differenza tra il genio e il folle corre sul filo del rasoio e io sono un convinto assertore di ciò.
Spesso grandi folli vengono definiti come genii e grandi genii definiti come folli.
Ma allora dov'è la differenza? La differenza sta nell'uso che si fa di questo germe innato di divinità e, ovviamente, nel giudizio che ciascuno da del frutto di questo germe.
La definizione di genio o folle, quindi, è assolutamente soggettiva, ispirata da convinzioni, credenze, obblighi, morali e/o materiali e quant'altro.
Ho inserito due immagini di due famosi personaggi nello spazio delle foto: chi, con estrema convinzione, mi saprebbe dire chi è il folle e chi il genio? Le risposte le immagino facilmente, e sono quelle che il buon senso detterebbe a chiunque, ma........siete sicuri che sia proprio cosi?
C'è ancora chi crede che il primo sia un genio e abbia fatto bene a fare quello che ha fatto e, personalmente, ben lungi dal non ritenere il genocidio ebraico come un atto spregevole, penso: quale mente malata o schizofrenica potrebbe progettare con tanta cura e meticolosità un'operazione dalle proporzioni cosi abnormi come la "soluzione finale"?
D'altronde c'è anche chi pensa che la teoria della relatività sia solo l'opera di un folle, e che di per sè non abbia alcun senso, eppure noi conosciamo maggiormente il secondo individuo proprio grazie a questa sua teoria.
Che dire, chi ha torto e chi ragione? Non possiamo far altro che abbandonarci alle nostre coscienze, nel giudicare, o al giudizio popolare, nell'essere giudicati, per essere "sicuri" di non sbagliare.
Voglio aggiungere, infine, due aforismi di Gibran che metto qui per far scegliere al lettore se leggerli o meno.
Il folle
Mi chiedete come sia diventato folle. E' successo cosi: un giorno, prima che molti dèi nascessero, mi svegliai da un sonno profondo e scoprii che le mie maschere erano state rubate- le sette maschere che avevo modellato e indossato in sette vite- allora mi precipitai senza maschera per le strade gridando: << Ladri, ladri, maledetti ladri>>.
Tutti ridevano di me e qualcuno correva a casa impaurito. Arrivato al mercato, un giovane dal tetto gridò: << E' folle>>. Alzai la testa per guardarlo; per la prima volta il sole baciava il mio volto scoperto, e la mia anima ardeva d'amore per lui, e io non desideravo più maschere. Come ipnotizzato, gridai: <<Benedetti, benedetti siano i ladri che mi hanno rubato le maschere>>.
Così diventai folle. E nella follia ho trovato sia libertà che sicurezza; la libertà di essere solo e in più la sicurezza del fatto di non essere capito, perchè chi ci capisce ci rende in qualche modo schiavi. Ma fate che non sia troppo della mia sicurezza. Persino un ladro in galera è al sicuro da un altro ladro.
Il re saggio
La lontana città di Wirani una volta era governata da un re temuto per la sua potenza e la sua saggezza. Ora in quella città esisteva un unico pozzo, dall'acqua fresca e cristallina, a cui attingevano tutti gli abitanti, re e cortigiani compresi. Una notte, mentre tutti dormivano, una strega arrivo in città e versando nel pozzo sette gocce di uno strano liquido, disse: <<Da questo momento chiunque beva quest'acqua impazzirà>>. Il giorno dopo ne bevvero tutti, tranne il re ed il suo ciambellano e, come previsto dalla strega, diventarono matti. Nel corso della giornata per le strade e al mercato la gente non faceva altro che bisbigliare: <<Il re è matto. Sia lui che il suo ciambellano hanno perso la ragione. Non possiamo farci comandare da un re matto. Dev'essere deposto>>.
A sera il re ordinò che gli fosse portato un calice d'oro riempito con l'acqua del pozzo: ne bevve a grandi sorsi e poi ne offrì al ciambellano.
La lontana città di Wirani espresse allora il suo giubilo poichè sia il re che il ciambellano avevano riacquistato l'uso della ragione.
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